“I ragazzi del Duomo” di Gian Paolo Barbagli ricordi di quelli degli anni 50-60

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Nella settimana che ha preceduto la Giostra di Settembre, al Quartiere di Porta Crucifera, si è tenuta la presentazione del libro scritto da Gian Paolo Barbagli in collaborazione con Fabio “Fibio” Pecchi dal titolo “Storia dei ragazzi del Duomo_Com’erano belli quei tempi al Prato”. Un piccolo, 100 paginette che si leggono di un fiato, libro che rievoca i tempi in cui ci si ritrovava nel più antico parco di Arezzo: il Prato. Si racconta di ragazzi nati negli anni 50-60 la generazione del boom economico, quella i cui genitori avevano ancora negli occhi e nella mente le devastazioni e gli orrori della 2^ Guerra Mondiale. Non esistevano internet ed i “social” ed in TV, ancora solo RAI, la programmazione iniziava nel tardo pomeriggio. Da inizio primavera a fine estate c’era un luogo dove ci si ritrovava “Il Prato”. Era l’unico polmone verde per chi abitava il centro cittadino, prima che questo si svuotasse e le famiglie andassero a vivere nella periferia. Lassù, nel punto più alto della città si formavano amicizie di bambini che poi diventavano adolescenti e continuavano a ritrovarsi ed a giocare assieme. Gian Paolo Barbagli racconta la storia di un gruppo di questi amici cresciuti al Prato. Naturalmente il gioco più diffuso tra i maschietti era il “pallone”.

E’ si al Prato non si giocava a “calcio” si giocava a “pallone”. E per giocare a “pallone” bastava veramente poco. Uno spazio qualsiasi, qualche indumento per segnare le porte ed un pallone. Tutto qui. E ci si adattava in qualsiasi condizione. Al Prato si giocava in spazi triangolari oppure nella parte della pineta dove, oltre agli avversari, si dovevano “scartare” anche gli alberi. Ma l’emozione più forte era quella di giocare nelle aiuole. A quei tempi con erba verdissima, fiori negli angoli e filo di recinzione. Che spettacolo! Era il massimo. Ma si giocava sempre con un occhio alla strada perché… Perché il Vigile Urbano era sempre in agguato ed arriva, moto, per multare chi trasgrediva la legge. E allora, al primo avvistamento, si passava dal giocare a pallone a battere ogni record di velocità cercando di portare in salvo più cose possibili.

Alcuni gruppi, con il passare degli anni, si organizzavano in vere e proprie squadre di “calcio” con tanto di colori sociali, allenatore, e partecipazione a tornei che spesso erano organizzati dagli stessi giocatori. Questo era il salto di qualità non si giocava più a pallone ma “a CALCIO”. Ed è proprio di un gruppo di questi amici che parla il libro di Gian paolo Barbagli e del “Duomo” la loro squadra. Non si giocava più tra i “pini” ma al campo dietro la Cattedrale, il “Duomo”, appunto, con divise sociali, tornei e trasferte.