Ricerca: da Nasa a malattie rare, 5 italiani under 40 premiati in Usa

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Roma, 9 nov. (AdnKronos Salute) – Tre donne e due uomini, tutti accomunati dall’essere ricercatori ‘top’ italiani under 40. Dalla Nasa, alla matematica pura ad altissimi livelli, alle più avanzate ricerche su tumori e malattie rare. Ecco i progetti sui quali lavorano in Nord America Angela Bononi, Camilla Pacifici, Giulia Saccà, Marco Ruella e Marco Pavone, premiati da Issnaf (Italian Scientists and Scholars of North America Foundation), la fondazione che riunisce oltre 4.000 fra docenti e ricercatori italiani in Usa e Canada. Più che ‘cervelli in fuga’, 5 ambasciatori della forza della ricerca italiana in America.
I vincitori sono stati selezionati all’interno dell’evento annuale Issnaf, il 7 e 8 novembre all’Ambasciata italiana di Washington, sotto l’Alto Patronato del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Ecco chi sono i ‘magnifici 5′: Angela Bononi, classe 1983, nata a Rovigo e cresciuta in provincia a Fiesso Umbertiano, nel 2007 si è laureata in Chimica e tecnologia farmaceutiche all’Università di Ferrara. Nel 2013 si trasferisce all’University of Hawaii Cancer Center, Thoracic Oncology, concentrando l’attenzione sul legame tra tumori e genetica. “Qui in America siamo liberi di avere idee sbagliate e poter cambiare direzione”, dice. Camilla Pacifici, nata a Monza nel 1984, oggi lavora con un Nasa Postdoctoral Program Fellowship al Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland. Si è laureata all’Università Bicocca di Milano, conseguendo la laurea triennale in Fisica nel 2006 e la specialistica in Astrofisica nel 2008. “Ho lavorato molto con dati ottenuti dal telescopio spaziale Hubble e ora mi sto preparando per i dati che ci invierà il James Webb Space Telescope, che verrà lanciato nel 2019 per svelare i misteri dell’universo più giovane”, dichiara.
Matematica pura ad altissimi livelli è il campo di ricerca di Giulia Saccà, 33 anni. Studi e ricerca l’hanno portata da Roma a Parigi, New York, Bonn, Princeton. Fino a Boston, dove è assistant professor al Mathematics Department del Mit di Boston. “Le prospettive future? Per me è difficilissimo rispondere, di sicuro almeno per un po’ voglio restare qui, dove l’ambiente e le strutture sono più favorevoli alla ricerca rispetto all’Italia”, afferma.
E ancora. Marco Pavone, nato nel 1980, torinese cresciuto tra Genova, Roma e L’Aquila e laureato a Catania, è assistant professor di aeronautica e astronautica alla Stanford University. Ha sviluppato un software che permette ai robot aerospaziali di agire in autonomia, per esempio per esplorare ambienti sconosciuti e inospitali nel sistema solare, per riparare satelliti in orbita, o per assemblare strutture nello spazio. Infine Marco Ruella: medico torinese 35enne, lavora a Filadelfia al Center for Cellular Immunotherapies della University of Pennsylvania (Upenn) da 5 anni. La Car-T, una nuova terapia che sfrutta il sistema immunitario del paziente per battere i tumori, è stata ideata dal gruppo del professor Carl June e successivamente sviluppata dalla Novartis in larga scala. E del team di ricerca fa parte proprio Ruella.
“Issnaf da tempo collabora con le imprese italiane e americane – dichiara il presidente della fondazione, Vito Campese – Siamo consapevoli di poterci proporre, con il nostro network di scienziati di talento e inseriti in reti di collaborazioni internazionali, come un ponte tra accademia e industria, tra centri di ricerca e laboratori ricerca e sviluppo delle imprese. L’industria 4.0 rappresenta una sfida da cogliere per rinnovare e rilanciare questo legame che può toccare la ricerca di base come quella applicata”.
Trasferta negli States anche per i finalisti invitati ieri a Washington D.C. per la cerimonia di premiazione degli Issnaf Awards, e identificati come i 16 migliori ricercatori italiani under 40 negli Usa e in Canada. In particolare il palermitano Antonio D’Amore, research assistant professor all’Università di Pittsburgh, si è aggiudicato la finale a 3 nell’ambito del Franco Strazzabosco Award per l’ingegneria, grazie alla sua innovativa tecnologia di protesi valvolare per la sostituzione di valvole cardiache.
L’attività di ricerca di D’Amore, sottolinea la Fondazione RiMed, si concentra sullo sviluppo di nuovi paradigmi di ingegneria di tessuto e di biomateriali per la rigenerazione del tessuto cardiovascolare. “L’obiettivo – spiega il ricercatore – è sviluppare una tecnologia di protesi per sostituzione di valvole cardiache che annulli la dipendenza dalle attuali terapie anticoagulanti richieste dalle valvole meccaniche e che garantisca maggiore durabilità di una bioprotesi. Stiamo testando l’impiego di strutture temporanee di supporto combinate con cellule del paziente; poi il supporto si degrada e viene rimpiazzato dal tessuto prodotto dal paziente stesso. Questo tipo di valvola permetterebbe ai bambini con patologie cardiache di non dover più sostenere impianti multipli, poiché la valvola crescerebbe con loro”.
La sua protesi valvolare gli ha già fruttato alcuni brevetti in collaborazione con l’Università di Pittsburgh, nonché l’imminente avvio di start-up con l’Innovation Institute di Pittsburgh e Upmc. “La selezione dei migliori ricercatori, la loro formazione e crescita professionale è una delle mission di RiMed – commenta Alessandro Padova, Dg della Fondazione RiMed – Siamo davvero orgogliosi di poter contare su una risorsa di riconosciuta qualità come Antonio. Dal suo percorso si intuisce il vantaggio competitivo di cui beneficia RiMed: da un lato il partner americano per la formazione ad altissimo livello, dall’altra il partner ospedaliero Ismett Irccs, per favorire la rapida traslazione dei risultati della ricerca in applicazioni cliniche”.