Previsioni artistiche, l’arte che sarà. Alcuni (possibili) scenari post covid

È possibile dare uno sguardo al futuro prossimo dell’arte? Dopo la prima fase di lockdown che in pratica si è concentrata quasi esclusivamente sul massiccio uso dei mezzi informatici, ci siamo avviati verso questa seconda ondata nella quale ci interroghiamo di più sul loro significato profondo e lo facciamo insieme chiedendoci come saranno le visioni di questo nostro secolo o di quali valori e attese ci stiamo facendo promotori. Tra gli artisti e i critici d’arte però, non sono molti coloro che proprio in questi mesi, si confrontano fra di loro, avviando un dibattito culturale che si avvalga di una connotazione più etica.

Semplicemente ci stiamo solo accorgendo che usare il digitale non significa sostituire ma affiancare.

Generazioni di illustratori, graphic novelist e artisti visivi hanno capito e accettato quanto le tecnologie supportano in caso di emergenza. I più giovani sanno già invece, quanto la tecnologia o la semplice digitalizzazione non si limita a potenziare ma incida profondamente.

Quel che non sappiamo è quale forma dare a questa che sembra proprio una mutazione genetica del settore culturale. Una mutazione che investe ogni aspetto dell’arte ma anche del nostro quotidiano, sia di quello che ci riguarda più da vicino, nella nostra esistenza individuale, che di quello che chiamiamo cultura collettiva. L’arte visiva si sta interrogando, ma credo che stia facendo molta fatica a comprendere che una parte del problema sta proprio nel suo vocabolario e dunque ha a che vedere con l’espressione “consumo culturale”. Insomma, diciamoci la verità: forse è giunto il momento di mettere in discussione proprio l’aspetto consumistico dell’arte.

Quando, in questo 2020 abbiamo rinunciato a tutto ciò che dell’arte si vede a occhio nudo: dunque inaugurazioni, eventi, presentazioni o conversazioni, non abbiamo più saputo dire cosa resta dell’arte visiva. L’opera in quanto oggetto (quello, tanto per intenderci da consumare e poi da possedere come bene di lusso) era già abbastanza lontana dalla nostra vista anche prima del lockdown. Le opere feticcio o i capolavori della storia dell’arte erano separate dalle nostre esistenze. Alcune perché chiuse nel caveau del collezionista e altre perché è stato il pubblico a snobbarle. Proprio per suscitare il suo interesse e renderlo sempre più partecipe al dibattito, alcuni divulgatori e intere generazioni di direttori museali si sono dati da fare, inutilmente, per far sì che le loro collezioni diventassero sempre più parte integrante della nostra vita.

 

In questo 2020 non solo non abbiamo perso questo sforzo, ma il pubblico ha scoperto modi nuovi ed entusiasmanti d’avvicinarsi all’opera. I risultati di questo passaggio – che ha trovato ancora una volta la rete come supporto – sono ancora da vagliare, ma di sicuro c’è che tutte queste strategie sembrano averci insegnato che forse l’opera d’arte che resiste è quella che non si offre più in una dimensione elitaria e lontana, ma quella che al contrario si assume la funzione di guida; una funzione che possa spiegarci come vivere nelle mutate condizioni del mondo contemporaneo.

Un lavoro che finita questa pandemia assegnerei certamente ad una sorta di filosofi/artisti, capaci di ricomporre i frammenti di questa realtà. Ricomporla attraverso la mimesi o attraverso molteplici livelli di rappresentazione oppure attraverso la creazione di ambienti in grado di restituire un’idea di senso.

Insomma, sto parlano di quella bizzarra cosa che una volta avremmo chiamato “umanesimo”. Sarà insomma, un lavoro che riguarderà anche la componente politica delle opere e delle azioni d’arte e osserverà il modo in cui pensare noi stessi nell’epoca delle grandi trasformazioni. Sarà l’arte delle mutazioni genetiche e dei cambiamenti climatici, della fine del lavoro come lo abbiamo inteso finora e della diffusione su vasta scala delle intelligenze artificiali.

È allora possibile immaginare i prossimi anni? Non sarà semplice, ma io credo che di alcune buone pratiche non potremo prescindere. Per il resto, dovremo cominciare ad abbandonare il sogno dell’artista assoluto, la chimera del racconto definitivo, e l’immagine di una generalizzazione romantica dell’arte secondo la quale “vince il migliore”. Non ci saranno eroi dell’arte e tantomeno singole divinità più o meno decadenti, ma ci saranno flussi confusi, stratificazioni complesse e andamenti random con i quali il pubblico potrà stabilire un rapporto che per ovvie ragioni non sarà più solo orientato al consumo. Almeno, questo è ciò che spero.

Matilde Puleo