2021 un anno nuovo pensato più di 100 anni fa!

Al di là dei differenti modi di stare in casa e del differente significato che ognuno di noi ha assegnato al lockdown, qualcosa ci accomuna a livello di pensiero. La cosa è così evidente che vien da pensare che, se impariamo a orientare queste riflessioni personali, possiamo ricavarci una modalità operativa utile alla comprensione. Specie se utilizziamo la storia artistica come strumento pratico e stimolo all’indagine.

Voglio dire cioè che ci sono i margini per considerare l’arte contemporanea come una pratica di pensiero che ci aiuta a comprendere le nostre esperienze, specie quelle più traumatiche.  È possibile quindi, che al di là del fatto che qualcuno abbia pensato all’anno appena trascorso come perdita e qualcun altro come acquisizione, ci siano alcune riflessioni che possiamo ricalcare da analoghi momenti vissuti dall’arte contemporanea che potrebbero essere utilizzati come strategie da adottare.

Oltre alle molte conseguenze che ancora non riusciamo a prevedere di questa pandemia e quel che succederà in questo 2021, c’è qualcosa che tutti noi pensiamo più o meno allo stesso modo. Intanto, abbiamo un lungo elenco di domande e di incertezze con le quali stiamo imparando a convivere. I nostri modi di percepirci e di pensarci nello spazio e nel tempo non sono solo cambiati: sotto molti aspetti sono di nuovo stravolti e allo stesso tempo sospesi. Rimandati a data da definirsi.

Eppure mai (in tempi recenti certo), abbiamo vissuto come società un tale livello di indeterminatezza, nel tempo e nello spazio. Nel tempo, perché quello che ci aspettiamo dal 2021 ha forme così sfumate da risultare illeggibile. Quando cominceremo a ricordare invece che a sperimentare questa crisi? Fra sei mesi? Un anno? Due? E cosa rimarrà d’importante, da salvare della vita di prima?

Il tempo è una specie di orizzonte; uno schermo di proiezione nel quale ognuno di noi si concede di scrivere le narrazioni della propria vita e di motivare o giustificare le scelte. Quel che accade in questo momento però, è che tante persone  – singoli, gruppi, organizzazioni – stanno posticipando le proprie scelte più importanti collocando il racconto delle proprie storie in un futuro incerto.

In molti – nonostante sia gennaio, tempo di progettazione e di buoni propositi – stiamo lasciando “a dopo” scelte piccole e grandi. Soprattutto quelle che riguardano spostamenti, investimenti, sentimenti. Ma non è solo l’indeterminatezza del tempo a caratterizzare questo periodo: viviamo dentro l’indeterminatezza anche nello spazio.

Non sappiamo interpretare ancora la grandezza dello spazio tra noi, la costrizione inflitta dal virus a non avvicinarsi troppo e dunque non sappiamo misurare la natura della nostra esperienza individuale. Cosa rischia il mio corpo? e gli altri? Viviamo un’incertezza fatta di distanze, di metri lineari e di gesti da reinventare. E mai come adesso, allo stesso tempo, non sappiamo come costruire l’esperienza con gli spazi e i luoghi che abitiamo e attraversiamo.

La necessità di cambiare le relazioni di spazio e tempo è stata avvertita dall’arte d’avanguardia più di un secolo fa, quando il significato delle parole “unidimensionale” e “lineare” cominciarono a soffocare gli artisti, del tutto dubbiosi circa il fatto che il tempo avesse solo le 3 categorie di “passato,” “presente” e “futuro”.

Forse bisognava aggiungere qualcos’altro – dicevano – e in questo modo è il caso di mettere in discussione (insistevano) anche le tre dimensioni dello spazio, altezza, larghezza e profondità. Bisognava fare questa impresa perché tutto quello che sperimentavano nella visione e nella loro vita era che spazio e tempo tradizionali erano diventati incapaci di descrivere la sfida del futuro: il divenire.

Come raccontare e sperimentare il divenire e perché era così importante? Più importante del qui e ora?

Beh, intanto perché queste categorie del pensiero non erano più consone a ciò che stava accadendo dal punto di vista sociale e politico e poi perché il profondo senso di angoscia avvertito da più parti, poteva essere accolto solo dal divenire e non da tutto ciò che si spacciava per essere eterno e sicuro.

Il divenire si opponeva all’essere e dunque era l’unica alternativa alle false promesse di eternità che tanto ci rassicurano. Insomma, tutto cambiava e veniva messo in discussione e perfino l’irrazionalità non solo non era stata regolata, ma aveva investito settori delicati come la politica e la scienza.

Ecco perché artisti come Paul Klee suggerivano di ascoltare la voce interiore, dando sfogo all’esigenza di esprimere qualcosa di nuovo come l’energia emotiva. Quell’energia cioè che quando è lasciata libera di agire supera definitivamente la dimensione prospettica, proprio perché il suo interesse andava verso qualcosa di molto più importante come la dimensione espressiva.

In generale, le arti cominciarono a procedere parallelamente e la ricerca coinvolse e investì sia la composizione musicale che quella artistica. Suono e tempo venivano interpretati dagli artisti visivi come onde bidimensionali collocabili nello spazio e del tempo ma con regole tutte diverse. Regole indeterminate appoggiate – o meglio messe in bilico – su basi ritenute poco solide perché cementate da uno stile intuitivo in grado di rinnovare non solo la composizione pittorica, ma anche quella musicale.

Ma cosa dobbiamo trarre da queste esperienze di un secolo fa?

Intanto che per dare una nuova visione non più prospettica della realtà, è necessario esprimere artisticamente sensazioni ed osservazioni percepite da più punti di vista, perché l’osservatore non si può limitare allo sguardo di un solo istante.

Non potrà essere soddisfatto dalla visione di un momento (per quanto emblematico), ma avrà bisogno di esprimere il rapporto temporale della persistenza dell’immagine effettivamente percepita. È necessario oltre che doveroso cioè, operare la ricostruzione emotiva e razionale di tutta l’esperienza che abbiamo del mondo.

Insomma, il vero punto sta nelle forme che diamo alla nostra esperienza e in come negoziamo tutte queste cose con lo spazio e con gli altri corpi. È necessario valutare i simboli che attribuiscono senso all’esperienza e soprattutto accettare il fatto di vivere all’interno di una complessità che ci sta chiedendo una crescita cognitiva rilevante.

Abbiamo bisogno cioè, di realizzare la transizione tra la vecchia e pericolosa società industriale che ci ha portato fin qui e la nuova società della conoscenza. Quella a cui ambivano proprio gli intellettuali di inizio Novecento.

Matilde Puleo