Cultura, utile e valore: una visione d’insieme

L’abbiamo sentito dire sin dall’inizio della quarantena e ora che siamo nel bel mezzo della classificazione del lavoro in settori, si può esser certi che ben presto troveremo una netta divisione tra essenziali e non essenziali, soprattutto in ambito culturale. E così, senza accorgersene, il mondo dell’arte, potrà usare questo forzato tempo libero per pensare a quanto utile o necessaria sia effettivamente la nostra attività. Si potrà pensare ai necessari cambiamenti da fare per essere ancora più “utili”, ma soprattutto bisognerà pensare cosa significa utilità. Utile intendo, sia per noi che per le nostre comunità.

Il testo di questa settimana comincia dunque da qualche libro letto con devozione e qualcuno invece solo smangiucchiato che ha senso riportare proprio in merito alla questione “utilità”. Qualche settimana fa ho finito di leggere il libro di bell hocks: < insegnare a trasgredire>, Meltemi 2020; divorato in un paio di giorni. L’ho letto con avidità e ho lasciato dentro di me sufficiente spazio affinché tutto quel pensiero femminista e radicale rimuginasse e interferisse con il mio modo di pensare, scrivere e lavorare.

Il libro è una descrizione attenta e dettagliata di una modalità femminista di guardare all’educazione che è espansiva e fondamentalmente piena di speranza. Ne esce un’immagine della scuola che può diventare progetto politico su ciò che potrebbe essere. Descrive una logica che è allo stesso tempo ottimista e radicata nel mondo reale.

Abbiamo a che fare quindi con un verbo (trasgredire), ma anche con una teoria che non si fa scappare il potenziale speculativo finalizzato ad una migliore condizione dell’essere. È un approccio alla visione delle strutture sociali, politiche e materiali in cui esistiamo guardato con delicatezza e attenzione analizzando il loro peso in relazione al rapporto allievo-insegnante con un approccio fondamentale orientato e fondato sulla cura.

Questo libro ha svolto il duro ma magico lavoro di inquadrare le convinzioni politiche in una forma solida e coerente, fondandole in un paesaggio reale.  La scrittura di bell hock (pseudonimo da scrivere tutto in minuscolo) è generosa; non solo ti parla apertamente ma ti invita a non appiattire le sfumature di ciò che viene ispezionato. Allo stesso modo spiega di cosa sta parlando con una considerazione che dà la priorità alla tua comprensione. ​

Anche grazie a libri come questo è facile andare poi a cercare nell’arte tutto ciò che descrive il potenziale speculativo che l’arte ha, come veicolo e complice dell’attivismo.

Diventa allora più facile descrivere il sistema dell’arte così com’è e vedere quanto bisogno abbia ancora di essere liberato. Potrebbe diventare avvincente e riaffermante credere nel potere romantico dell’arte, al centro di ogni nuovo mondo che cerchiamo di costruire. Senza le richieste poste al nostro corpo dal capitale, dal genere e dalla razza, potremmo essere liberi di leggere, scrivere e creare …

Ogni volta che impegniamo le nostre facoltà creative, andiamo contro una logica che pone il lavoro e il nucleo familiare al centro della nostra esistenza. L’arte è minacciosa perché, se prodotta nelle giuste condizioni, non può essere controllata. Con libri come quello di Andrea Balzola e Paolo Rosa <Arte fuori di sè> Feltrinelli 2020, si può perfino continuare dicendo che il divario tra politica e arte non è reale.

Che è la politica del consumo a dettare chi crea l’arte, come viene consumata e venduta, le condizioni in cui viene creata e le soggettività che la dominano. Accade allora che si voglia scrivere di modelli che rappresentano soluzioni, di voler fare richieste con chiarezza, di voler descrivere il potenziale di ciò che potrebbe essere piuttosto che lamentarsi di ciò che non va.

In tempi pazzi di quarantena, bisognerebbe ricordare che il mondo dell’arte, in quanto sistema di istituzioni organizzate, non è attrezzato per affrontare le questioni politiche relative ai concetti di apertura, di condivisione e in genere di chi ha accesso alle risorse. Sembra anzi che non appena si riaprirà il settore cultura, il sistema in maniera disordinata e aggressiva farà a gara per accaparrarsi tutto.    Il modo in cui potere e risorse sono distribuite nel settore sembra amplificare in questo momento antiche disuguaglianze, ma è sempre stato così.

Agiamo su uno sfondo doloroso e cronico. Eppure esiste un divario fondamentale tra questo potere e il valore dell’arte e tra gli addetti ai lavori sono in tanti a denunciare questo gap, compreso le istituzioni che sono responsabili della sua situazione. Scomparse parole importanti come esperienza o incontro, non è detto che in questa alienazione ci sia o verrà fuori una palpabile e vera azione di revisione.

Qualche giorno fa in un tweet Tarek Iskander (direttore artistico e CEO del Battersea Arts Center di Londra) diceva che il compito è quello di smettere di pensarsi dentro torri d’avorio e iniziare a unirsi per creare un “servizio artistico nazionale” che sia gratuito e disponibile per chiunque ne abbia bisogno.

L’idea implica però che a monte ci sia una sorta di condiviso significato da assegnare a entrambe le parole: valore e utilità pubblica, senza dimenticare poi di sottolineare il valore pubblico dell’Arte. Quel significato cioè che giustifichi la sua esistenza letterale nella distribuzione di fondi pubblici sia alle istituzioni che ai singoli. Dunque cosa significa utilità?

Nel saggio di Benjamin Barber, < Consumati >, Einaudi 2010 sostanzialmente si dice che il problema sta nel modello che ci vuole più “consumati” che consumatori e dunque che il privilegio dell’utilità rispetto alla criticità, è un vantaggio per ogni tipo di governo conservatore che – di solito – trae vantaggio o si adagia all’attuale clima nazionale in cui i sussidi pubblici per le arti vengono spietatamente tagliati. Dove l’istruzione artistica si sta trasformando in un business, e dove artisti e istituzioni sono sotto pressione per sostenere la causa economica dell’arte.

Corriamo il rischio cioè di passare attraverso il nuovo conservatorismo dell’utilità, con tutta quella retorica di valori d’uso, già ampiamente utilizzata in passato per chiudere la stessa natura espansiva, inclusiva e progressiva dell’arte contemporanea.

La retorica del valore pubblico può essere cooptata e strumentalizzata da uno stato ostile, per colmare le lacune del suo stesso processo decisionale e per depoliticizzare la capacità dell’arte di richiedere una revisione. Non fare nulla finisce per creare una questione di complicità nel perpetuare le stesse disuguaglianze sociali da cui stiamo o ci piacerebbe cercare di tirarci fuori.

Il mondo dell’arte è sull’orlo del collasso. Dobbiamo ristrutturare radicalmente il modo in cui facciamo le cose.

La questione è che nessuno vuole davvero tornare alla normalità, semplicemente perché “normale” era un male. Attualmente abbiamo la capacità di creare un mondo dell’arte, meno bizzarro forse ma più sostenibile, accessibile, veramente diversificato, fondamentalmente gioioso. Penso che dovremmo farlo.