La psicologa e il malato Covid che scrive un diario per raccontare la sua storia

Silvia Peruzzi
Uscirà. Lui è sicuro. Sconfiggerà il Covid e quando sarà fuori, avrà una storia da raccontare. Per non dimenticare nulla, prende appunti. Finora ha utilizzato fogli di carta ed ha detto a Silvia che dovrà aiutarlo a scrivere un libro. Lei, intanto, gli ha regalato un quaderno per non perdere alcun bigliettino. “Troppo bello per me. Ci scriverò il mio diario di bordo”. Questo è stato il ringraziamento e oggi non distende più su un tavolo disordinati foglietti ma racchiude i ricordi, diligentemente, nel nuovo e bellissimo quaderno. E con il cellulare scatta foto a medici e infermieri: inquadra solo gli occhi.

Lui è un uomo di 82 anni che è ricoverato nella degenza Covid del San Donato. Lei è Silvia Peruzzi, psicologa della Asl Tse impegnata sia nella degenza Covid che nella Terapia Intensiva. Insieme ad una collega, Scilla Sfameni. Parla con i pazienti, li aiuta a mettersi in contatto video con i familiari, facilita gli incontri che adesso sono possibili in reparto, ascolta storie che sono intrise di paura e di dolore, ma anche di tanta speranza, accompagna pazienti verso le due possibili porte di uscita dal Covid.

Lei è la figura che meglio interpreta il lato più oscuro del Covid: la solitudine, la costrizione dei caschi e delle maschere, la paura di morire, il terrore di farlo in solitudine senza nemmeno poter salutare chi si ama. Ma non c’è solo il lato oscuro in questa vicenda. “Ci sono –  racconta Silvia Peruzzi – le grandi risorse che le persone sanno tirare fuori quando vengono messe a dura prova. Prove di resistenza e resilienza, persone che hanno affrontato una sfida importante e ne escono arricchite, arricchite di uno sguardo diverso verso la vita e che si apprestano a viverla con più colore rispetto a prima. Ce ne sono moltissime di storie che ce lo ricordano”.

Silvia Peruzzi si presenta ogni mattina al letto dei pazienti.
“Conosco le situazioni di ognuno. La mattina partecipiamo alla riunione degli operatori e il nostro è un lavoro di equipe – ricorda Silvia Peruzzi. Ogni paziente, qui più che altrove, è ben altro che il numero di un letto o una malattia. E’ una persona della quale ci sforziamo di capire la situazione personale, cosa ha lasciato a casa, quali sono le angosce maggiori, come possiamo aiutare lui e il sistema familiare a sostenere una sfida sconosciuta e mai affrontata prima”.

Infinite storie. “Un paziente mi chiese di organizzare una video-chiamata con la figlia. La chiamammo con il tablet e lei, quando il padre le chiese della moglie, fu evasiva. Disse che la mamma stava abbastanza bene. La richiamai e mi disse che, in realtà, era stata ricoverata in terapia intensiva. Con lei anche il con-suocero e dopo alcuni giorni il babbo. Un’intera famiglia colpita dal Covid”.
La seconda ondata ha portato nelle degenze Covid anche i giovani. “Un ragazzo di 30 anni ha avuto difficoltà progressive e sempre più pesanti ad accettare il ricovero. Il trauma è quello dello sradicamento improvviso da tutto: famiglia, amici, affetti, lavoro. Una vita che si ferma rispetto all’abituale routine e porta a stare in un tempo sospeso, tempo a cui cerchiamo di dare un senso”. Qualche volta gli affetti si “rivedono” attraverso un vetro: “la compagna di un paziente compariva dietro il vetro della finestra che si affacciava sul piazzale dell’Ospedale. Gli infermieri l’hanno vista e si sono organizzati per facilitare “incontri” spostando il letto quando lei compariva alla finestra”.

Silvia Peruzzi si occupa anche delle telefonate di fine vita. Quando l’evoluzione della malattia non lascia più spazi alla speranza, è lei ad organizzare l’ultimo incontro, una video chiamata, con i parenti. “Alcuni mesi fa ho chiamato la figlia di un paziente. Le ho spiegato cosa avremmo potuto fare. Quindi la video chiamata. Le ho detto che poteva considerami le sue mani e le ho chiesto cosa potevo fare. Mi ha chiesto di accarezzare il volto del padre e l’ho fatto, come se fossi lei. Poi nel collegamento è entrata anche la moglie: entrambe isolate a casa. Ci siamo salutate dicendo che il giorno successivo ci sarebbero state le nipoti al telefono. Il giorno dopo, quando sono arrivata, ho scoperto che le nipoti non avrebbero potuto salutare il nonno: era morto quella notte”.
Il Covid è duro per tutti. “Quando il direttore della Pneumologia, Raffaele Scala, ci ha chiamato per dare un sostegno psicologico ai pazienti Covid, io ho pensato di essere pronta. Sono entrata in ambito ospedaliero nel 2006, mi sono formata nel tempo in psiconcologia e psicologia dell’emergenza. Occupata di cure palliative e fine vita. Io stessa ho scoperto che non ero pronta al Covid. L’impatto emotivo è stato forte, sono stata messa a contatto con l’impotenza e l’imprevedibilità: tutto può cambiare in poche ore. In questo contesto, il nostro lavoro non sarebbe possibile senza una reale integrazione con le varie figure che incontriamo medici, infermieri, fisioterapisti, operatori socio sanitari. Questa è la grande forza dell’esperienza Covid, ci ha permesso di costruire reti, collaborazioni e legami. Costruire percorsi fino al momento inesplorati per poter dare risposta ad una situazione straordinaria in cui nessuno si salva da solo”.

Le degenze Covid e la terapia Intensiva del San Donato si sono organizzate per consentire non solo video telefonate ma anche ingressi dei parenti nei reparti. “Soprattutto in terapia Intensiva viene svolta un’attività di preparazione all’ingresso dei familiari. E’ un lavoro congiunto fatto in sinergia con tutta l’equipe, ognuno di noi contribuisce a rendere questo ingresso quanto più personalizzato possibile. Non occorre solo la preparazione “pratica” e cioè la vestizione con tutti i dispositivi di protezione individuale. E’ necessario anche essere pronti a rivedere un proprio caro in una condizione molto diversa da quando era a casa. Molti familiari mi hanno rimandato che si aspettavano un impatto peggiore di quello che poi in realtà è stato, molti mi hanno detto di aver toccato con mano la fatica del lavoro degli operatori e di essersi resi conto di quanto sia stata e sia dura, tutti mi hanno rimandato la gratitudine di aver permesso, attraverso le visite, di ricostruire un legame e una vicinanza che si erano bruscamente interrotti”.