Simpatia per il visibile! Cosa ci dicono le immagini del Trecento?

Proporre di analizzare o di “spiegare” un’immagine suscita reazioni di vario tipo. Che cosa si può ancora dire di quella che è così somigliante al vero da risultare naturalmente leggibile? L’immagine la vediamo tutti, ma ciò che sembra molto semplice, spesso diventa assai problematico. Allora, arrivati a questo punto, di solito qualcuno contesta, con una domanda che è piuttosto un’insinuazione: “Ma l’autore ha voluto dire tutto questo?”

L’immagine è un concetto mai banale che può dire molto a chi ha molto da chiedere. Tuttavia, condivido l’opinione di quegli studiosi che sostengono l’analisi in funzione di un progetto e non fine a sé stessa, solo per sfoderare la propria cultura.

La cosa interessante da notare è che il processo di lettura di un’immagine prevede di tenere conto che ciò che si interpreta non è arbitrario, quando fa tesoro degli schemi simbolici, delle metafore o delle rappresentazioni mentali che ci portiamo dietro sin dalla notte dei tempi, comuni a tutti gli uomini.

È però altrettanto vero che pensare che la lettura dell’immagine sia universale, accessibile con un clic è un altro malinteso. Relativamente alle intenzioni, il discorso che si può fare sulle intenzioni di un artista è che queste ci saranno del tutto oscure sempre.

Che l’origine di ciò che l’autore ha voluto dire, spesso non è chiara nemmeno all’autore stesso e che dunque analizzare un’immagine significa andare a vedere ciò che quell’immagine provoca in questo momento e in queste circostanze.

Questo è ciò che faccio quando mi ritrovo davanti certe sculture trecentesche che considero parte integrante del patrimonio di conoscenze e di immagini insostituibili di un secolo come il Trecento, ormai considerato uno dei secoli più ricchi e interessanti della nostra storia.

Secolo che, a mio avviso, è particolarmente pregnante anche per altri motivi. Tra i più cospicui complessi di sculture provenienti da monumenti trecenteschi aretini che non manco di andare a trovare c’è il fonte battesimale di Giovanni d’Agostino presso la Pieve di Santa Maria.

Spostato e rimaneggiato, di fatto ciò che di questo oggetto mi affascina è tutto in quelle tre formelle di grande fascino, scolpite ad altorilievo. Le storie sono ovviamente quelle del San Giovanni Battista che vediamo prima condotto da un angelo nel deserto, poi mentre battezza Gesù Cristo e infine mentre predica. A lungo si è parlato di questo artista senese portavoce della grazia e raffinatezza tipiche di quella città, ma ciò che fa in questo fonte è attualmente darmi il quadro esatto della fiducia e dell’ottimismo.

Le forme di questo artista sono sentite dagli storici dell’arte essenzialmente come un fatto volumetrico. In molti parlano di panneggi e di masse nelle quali è facile individuare forme “cubiche”. Forme cubiste si direbbe, nitide e tornite per definire personaggi con le loro facce carnose dai guizzanti ciuffetti.

Nuove suggestioni filosofiche portarono Giovanni ad accarezzare il marmo, a levigarlo fino a renderlo morbido e duttile, imponendogli di rompere con la monumentalità, a favore della chiarezza formale, del rigore volumetrico per arrivare a figure giocate sulla dolce raffinatezza delle linee di contorno, sulla complicazione e la vibrante mobilità “pittorica delle superfici.

Forme modellate da mani e da un intelletto attento alla concretezza del reale. Forme che rappresentano uno spirito razionale, carico di speranza per il domani, pienamente leggibile. La sua epoca è quella che non ha ancora conosciuto la morte e la devastazione della peste del ’48 o delle carestie degli anni che la precedettero.

Un morbo chiamato peste semplicemente perché c’era la parola ma non la comprensione scientifica di una malattia che colpiva i polmoni esattamente come oggi e che uccide peraltro anche il nostro artista proprio nel momento in cui sta lavorando all’ampiamento del Duomo di Siena.

Gli anni di questo fonte invece sono precedenti alla tragedia di quella pandemia. Sono anni che ricordano ancora quanto l’economia europea fosse florida tra la fine del Duecento e nel primo decennio del Trecento. Un’epoca che ricordava bene di aver raggiunto il massimo grado di sviluppo possibile con l’apparato tecnologico e produttivo allora disponibile.

Guardare queste tre formelle, mi fa pensare che vedere significa non tanto dedicarsi a una forma specialistica del sapere, quanto cercare il più possibile di superare proprio quello specialismo, per cominciare a pensare il mondo in cui viviamo a partire dalla sua struttura iconica.

Imparare a vedere a partire dall’immagine potrebbe voler dire accettare il rischio di esporci all’arte. Accettare l’idea cioè, che siamo noi ad essere guardati e non il contrario! Dunque guardando queste formelle la questione sarà di vedere quello che ci fanno dire, quello che ci fanno pensare. Su cosa si aprono queste immagini? Cosa permettono o rendono possibile?

La risposta sta lì: all’inizio della navata di destra di una chiesa straordinaria!

Matilde Puleo