Roma, 14 ago. (Labitalia) – Non è solo una questione di palato. Le differenze tra i vitigni italiani (e dunque i vini) italiani e quelli americani ci sono davvero: nei frutti delle statunitensi ci sono meno tannini e meno composti aromatici. A dimostrarlo scientificamente è stato uno degli Istituti più importanti al mondo nell’ambito della ricerca agraria ed enologica, la Fondazione Edmund Mach (Fem) di S.Michele all’Adige, vicino a Trento.
La svolta nella ricerca è arrivata dalla metabolomica, lo studio del contenuto in metaboliti di una determinata sostanza. Le analisi metabolomiche, praticate già da diverso tempo alla Fem, sono diventate uno strumento molto utile anche per diminuire il rischio di insuccessi nei futuri programmi di breeding (coltura e riproduzione) della vite.
I ricercatori della Fondazione Mach, in uno studio appena pubblicato sul ‘Journal of Agricoltural and Food Chemistry’, edito dall’American Chemical Society, spiegano i risultato della comparazione tra alcune specie di vite americana e quelle europee, attraverso l’analisi di un migliaio di composti, dei quali alcune centinaia non ancora noti.
Con in mano questi dati, sono riusciti a evidenziare le differenze tra vitigni, mettendo a disposizione dei breeders informazioni preziose per ottenere incroci di successo. Nella ricerca è stata indagata la composizione delle uve rosse di quattro specie native americane, nel confronto con un gruppo di sette vitigni europei, contenenti varietà a bacca sia bianca sia rossa, e inoltre un ulteriore gruppo composto da tre vitigni ibridi interspecifici, mantenuti in condizioni agronomiche identiche nelle collezioni ampelografiche della Fondazione Mach.
Grazie alle analisi metabolomiche effettuate sulla buccia, sui semi e sulla polpa delle bacche mature, gli studiosi del Centro Ricerca e Innovazione sono riusciti a confrontare in profondità le caratteristiche compositive delle diverse specie.
Con questa tecnica, infatti, è stato possibile studiare un numero di composti enormi in un’unica analisi, comparando anche le concentrazioni di quelli la cui presenza non era stata preventivata. Questo nuovo approccio è stato messo a punto sotto il coordinamento di Fulvio Mattivi, e realizzato da Luca Narduzzi nell’ambito del suo progetto di dottorato in Scienze Biomolecolari, coadiuvato per la parte statistica da Jan Stanstrup dell’Università di Trento.
Il lavoro ha permesso di evidenziare che le viti americane sono quasi completamente sprovviste di procianidine oligomere, ossia i tannini delle uve e dei vini rossi, la cui presenza nelle bucce e nei semi è essenziale perché conferisce gusto e conservabilità. Questo può spiegare le difficoltà di produzione di vini rossi di qualità quando negli incroci si ricorre a specie provenienti dal Nuovo Continente.
I vitigni nativi del Nord America, inoltre, sono risultati essere privi di terpeni, un’importante classe di aromi. Al contrario, per la prima volta, nella buccia e nei semi di questo gruppo di vitigni americani è stata riscontrata la presenza di ben 14 composti della classe degli ellagitannini, che in precedenza erano stati osservati solamente nella Vitis rotundifolia.
In questo caso, si tratta di una classe di composti la cui presenza potrebbe essere desiderabile: solitamente essi non sono presenti nelle bacche delle vite europea, mentre si trovano nei vini invecchiati estratti dalle botti di rovere.