(AdnKronos Salute) – Ma in questi casi, “se non si segue una terapia per metabolizzare il carico dell’angoscia di morte e del pericolo – sottolinea lo psichiatra – le premesse per lo sviluppo del disturbo post-traumatico da stress ci sono tutte”. Il primo intervento a livello psicologico da mettere in atto è “la presa in carica da parte di un’équipe specialistica. La terapia deve tendere a un assoluto svuotamento e metabolizzazione dell’angoscia, sia in modo tradizionale sia con comportamenti non verbali. Bisogna, ad esempio – suggerisce – consentire ai pazienti di dipingere, di modellare pongo o creta, di fare attività ginniche o ludiche”.
Per Di Giannantonio, “più il ricordo viene tenuto dentro e più si alza il rischio di sviluppare il disturbo: se si lavora intervenendo prima sull’emisfero cerebrale destro e poi sul sinistro in modo alternato e distaccato il trauma viene eliminato prima. Di sicuro entro le 12 sedute, circa 3 mesi”. La medicina migliore, consiglia ancora, “è riprendere in mano la propria vita il prima possibile e non affidarsi ai tranquillanti”.