Africa occidentale: oltre 400 milioni di abitanti per il 2030

ROMA – L’Africa occidentale potrà assorbire la crescita della popolazione o sarà destabilizzata da un fenomeno migratorio senza precedenti? Quali le strategie per assicurare lo sviluppo sostenibile delle future generazioni oggi costrette ad emigrare?
Le Nazioni Unite stimano che nel 2030 l’Africa occidentale supererà la soglia dei 400 milioni di abitanti, facendo registrare un aumento della popolazione del 70% rispetto a quella del 2000. Tale andamento fa presagire che la popolazione potrebbe decuplicare in poco meno di un secolo, rispetto ai circa 60 milioni di abitanti del 1950. Il trend non preoccupa soltanto i governi africani, ma anche quelli dell’Unione Europea, impegnati in misura crescente ad affrontare il problema dell’immigrazione massiccia proveniente dal continente africano.

“Tenendo conto dei dati sulla vulnerabilità nei termini di sostenibilità agro-ambientale e delle ‘nuove’ crisi alimentari degli ultimi anni, causate da infestazioni di cavallette, siccità, riduzione della produzione di cereali e restrizioni delle esportazioni dai paesi limitrofi con innalzamento dei prezzi, guerre civili, è stato possibile identificare le dinamiche che stanno radicalmente trasformando il sistema africano e che si riflettono nel massiccio aumento di flussi migratori clandestini”, spiega Andrea Di Vecchia, ricercatore dell’Istituto di biometeorologia (Ibimet) del Cnr e autore dello studio “Migrazioni e sviluppo: vulnerabilità e potenzialità”, realizzata nell’ambito del progetto “Sviluppo e gestione sostenibile dei flussi migratori provenienti dall’Africa”, promosso dal CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) e dal SID (Society for International Development) per il Ministero degli Affari Esteri.

Lo studio, in particolare, evidenzia come l’emigrazione continuerà a rappresentare uno strumento per il mantenimento dell’equilibrio socio-demografico e politico-economico e la connessione tra sviluppo sostenibile e rapporto tra pressione antropica e risorse naturali.
I cambiamenti climatici, l’avanzamento della desertificazione e della deforestazione, l’incremento della popolazione, le tensioni fra agricoltori ed allevatori della fascia saheliana per l’utilizzo della terra, la contrazione della tradizionale mobilità verso i paesi del Golfo di Guinea dovuta all’instabilità politica hanno messo in crisi le tradizionali economie familiari di sussistenza. “I nuovi modelli di sviluppo, in una fase transitoria come quella attuale, hanno trasformato la migrazione clandestina in una strategia per la sopravvivenza”, sottolinea Di Vecchia. Si rischia così di compromettere i risultati raggiunti nella regione, dove la quota di popolazione sottonutrita, secondo la FAO, è scesa nel 2005 al 16%, molto al di sotto del 40% del resto dell’Africa Sub – Sahariana.

Contrariamente all’idea stereotipata, l’Africa occidentale – ed il Sahel all’interno di essa – rappresenta una regione strategica per la stabilizzazione dei flussi migratori e per lo sviluppo di tutto il continente, non più rappresentabile come un’area omogenea ed indifferenziata dal punto di vista ambientale e produttivo. “A fronte di zone più vulnerabili”, sostiene Di Vecchia, “ve ne sono altre in rapida crescita o con interessanti potenzialità agro-alimentari ed economico-produttive su cui investire con programmi di sviluppo a medio e lungo termine. Questo è il solo modo per evitare che l’esodo della popolazione verso i paesi dell’UE diventi incontrollabile. Basti pensare che, dal 1990 al 2000, la popolazione dell’Africa Sub-Sahariana è aumentata di 140 milioni di abitanti, di cui 50 milioni nella sola Africa occidentale, che nel 2020 avranno più di venti anni ed avranno quindi raggiunto la fascia di età ottimale per entrare nei circuiti migratori”.
L’Africa occidentale, inoltre, è caratterizzata da grandi disparità nazionali in rapporto al tasso di urbanizzazione, che nel 1960 corrispondeva a meno del 10% in Gambia, Mali, Niger e Ciad, e a circa il 30% in Senegal; nel 1990, questi stessi tassi oscillavano da meno del 20% in Niger e in Gambia a poco più del 50% in Costa d’Avorio e in Nigeria. “Tuttavia, negli ultimi anni, si è avuta un’accelerazione dello sviluppo in termini di popolazione ed estensione dei centri economici principali”, rileva Andrea Di Vecchia, “e lo sviluppo dei centri urbani si è concentrato maggiormente intorno alle capitali, provocando un cambiamento nel rapporto con il mondo rurale che ha perso la funzione di supporto in caso di crisi. La fonte di reddito viene ricercata nell’economia urbana piuttosto che in quella rurale”.
“Rilanciare lo sviluppo e la modernizzazione del settore agricolo in un contesto di solidarietà sociale”, conclude il ricercatore, “resta dunque l’unica strategia che i governi africani ed europei possono adottare per assicurare lo sviluppo sostenibile delle future generazioni oggi costrette ad emigrare”.