Ebola: ‘papà’ virus teme per Africa, senza vaccino più difficile fermarlo

Milano, 18 ott. (AdnKronos Salute) – Peter Piot aveva 27 anni quando, nel settembre del ’76, in un laboratorio di microbiologia di Anversa si è trovato sotto la lente del microscopio quello che per il mondo quasi 40 anni dopo sarebbe diventata una minaccia: il virus Ebola. Agli occhi del giovane scienziato passato alla storia, insieme ad altri colleghi, per aver tracciato il suo identikit, era ancora un agente patogeno sconosciuto, stanato all’interno di fiale di sangue prelevate da una suora fiamminga missionaria in Zaire (ora Repubblica democratica del Congo), morta di una misteriosa malattia che stava uccidendo decine di persone sulle rive del fiume Ebola.
“Allora – spiega Piot, oggi 65enne e direttore della britannica London School of Hygiene and Tropical Medicine, al ‘Telegraph’ – non avrei mai potuto immaginare che il virus sarebbe arrivato al punto che vediamo oggi. In 38 anni ha fatto forse 1.500 morti, 40 l’anno. Non avrei mai previsto che avremmo avuto una grave epidemia”. Ma ora lo scienziato belga si dice “preoccupato per l’Africa occidentale”. Ebola può essere fermato? “Sarà un percorso accidentato – assicura – Vedremo una diminuzione dei casi alla fine, ma senza un vaccino non sono sicuro che possiamo stoppare la sua corsa”.
Piot insiste che è ancora impossibile prevedere quanto l’epidemia africana diventerà cattiva. Lui che, dopo aver osservato il virus sulla piastra di Petri, è volato con una squadra di camici bianchi nella foresta pluviale per rintracciarlo alla sua fonte – i pipistrelli – sa bene come si muove Ebola e quali sono le sue risorse. Ha visto l’agonia dei malati, tra febbre, disidratazione, vomito, diarrea ed emorragie. E spiega che, entrando nella mente del virus a forma di verme, composto di soli 7 geni, e pensando a come potrebbe comportarsi, sulla carta non risulta il candidato ideale per un”apocalisse’.
Per l’Ebola “noi umani siamo dei cattivi ospiti – osserva Piot – nel giro di poco il virus deve cambiare ‘casa’ perché la persona che ha colpito è morta”. Paradossalmente, a detta dell’esperto, è proprio la virulenza di Ebola, che uccide tra il 50 e il 70% delle sue vittime, ad aver ‘consumato’ rapidamente i focolai precedenti. Il virus attacca il sistema immunitario e dissolve i vasi sanguigni del corpo. E quando i sintomi iniziano (e con questi il rischio di contagio che avviene tramite contatto diretto con i fluidi corporei), difficilmente il malato riuscirà ad andare da qualche parte. Rispetto al passato, spiega lo scienziato, è cambiato lo scenario.
Da focolai in aree remote, scarsamente popolate e con poche strade come il Congo (zone da ‘quarantena naturale’), si è passati a Paesi più densamente popolati e urbanizzati come Guinea, Liberia e Sierra Leone, con una popolazione giovane e in movimento, che dipende pesantemente da una vasta flotta di taxi presi ‘in condivisione’ per spostarsi, con rischi di trasmissione importanti (sono stati usati persino per il trasporto di cadaveri infetti). Nonostante tutto Piot è convinto che il mondo avrebbe potuto portare la malattia rapidamente sotto controllo mesi fa, se fosse stata intrapresa un’azione tempestiva.
“Il problema con Ebola è che non è finita finché l’ultimo paziente non è morto o ha recuperato”. E nei Paesi in cui si è diffuso il virus “ha letteralmente distrutto i servizi sanitari”, già deboli. Piot è preoccupato per l’Africa, ma più ottimista per i Paesi occidentali. Certo, precisa, se i casi in Africa continuano a diffondersi è inevitabile che si verifichino anche altrove. Ma se si parla di Paesi come il Regno Unito, Piot è convinto si riescano a contenere. E se qualcosa lo preoccupa è la possibilità che Ebola muti in un ceppo meno virulento, perché questo porterebbe a un numero ben maggiore di casi secondari.