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Sanità: esperti divisi su privacy per credo religioso negli ospedali

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Milano, 9 ott. (AdnKronos Salute) – “Non abbiamo dati sul numero di ricoveri disaggregati per le diverse confessioni religiose, poiché per legge questa non è un’informazione che può essere chiesta al paziente”. Chiara Ferrero, presidente dell’Interreligious Studies Academy (Isa), evidenzia così la difficoltà di conoscere il credo di chi si trova in ospedale. L’esperta è nel comitato scientifico dell’iniziativa ‘Insieme per prenderci cura’, un progetto presentato oggi alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, che nasce dalla collaborazione tra l’Ordine degli infermieri Collegio Ipavsi Milano-Lodi-Monza e i rappresentanti delle 3 religioni monoteiste. L’obiettivo è formare studenti e operatori sanitari sulle diverse sensibilità religiose, in modo che possano prendersi cura meglio dei propri pazienti.
All’interno del comitato scientifico dell’iniziativa, i pareri su come affrontare la mancanza di trasparenza divergono. Per Maria Luisa De Natale, professore ordinario di Pedagogia generale all’università Cattolica del Sacro Cuore, occorrerebbe “eliminare la privacy per le persone malate. Mi rendo conto di dire qualcosa di irrealizzabile, ma credo che la scelta religiosa che una persona fa ne orienti il comportamento in tanti ambiti. Per questo diventa un’informazione importante per un’istituzione che si debba prendere cura di un paziente”.
Per la docente universitaria, la conoscenza del credo religioso dei pazienti non servirebbe a scopi diversi se non “il rispetto della persona e la possibilità di trovare luoghi in cui possa esprimersi”.
I principali problemi che si riscontrano in ospedale con pazienti di culture, etnie e confessioni diverse riguardano spesso la mancanza di luoghi in cui pregare, l’alimentazione e i riti legati alla nascita o alla morte.
Se per monsignor Pier Francesco Fumagalli, vice-prefetto della Biblioteca Ambrosiana, il fatto di non includere il proprio credo tra le informazioni utili su una persona ricoverata è la dimostrazione “dell’insufficiente rilievo pubblico che l’identità religiosa del paziente riveste”, per Giorgio Mortara, presidente dell’Associazione medica ebraica, basterebbe “imparare a porre le domande, senza la necessità di riportare la confessione del malato nella sua cartella clinica. Per l’alimentazione basterebbe per esempio chiedere se ci sono cibi che il paziente non mangia”, senza domandargli se si tratta di una scelta o di una necessità medica.
Il prossimo appuntamento di ‘Insieme per prenderci cura’ è il 14 ottobre alle 16.30 nell’Aula magna Mangiagalli del Policlinico di Milano. L’evento sarà dedicato alle sfide bioetiche in una società multiculturale.