Aqualung dei Jethro Tull

LA MUSICA CHE GIRA INTORNO

Paesaggi Musicali Settimanali a cura di Roberto Fiorini

 

Un barbone dallo sguardo bieco e luciferino, respirando affannosamente abbandonato a sé stesso in una delle tante panchine del parco, maliziosamente e lubricamente guarda le ragazzine a passeggio: è Aqualung , diseredato protagonista dell’album più ispirato e controverso di una delle formazioni britanniche fra le più originali: i Jethro Tull.

Uscito nel 1971, proprio allo sbocciare del progressive rock, Aqualung, strutturalmente complesso e ritmicamente variegato ed irregolare, spiazza e sconcerta una critica abituata alle sonorità folk rock e blues dei precedenti album della band.

Un disco inaspettato, raffinato ed esplosivo.

Libero dalle opulente e cervellotiche elucubrazioni del progressive e contaminato da arrangiamenti rock e folk, Aqualung è testimonianza di una maturità musicale e stilistica, che forse segna l’apice nella carriera dei Jethro Tull, se si esclude l’indimenticabile suite Thick as a brick .

Il tormentato rapporto fra uomo e religione, fra dubbio, menzogne e fede contaminato dalla condizione dei miserabili, degli emarginati, degli abitanti dei bassifondi della società è il cardine dell’album.

Il famosissimo attacco della title-track, un riff di chitarra potente ed incisivo, apre il sipario sulla storia del clochard Aqualung e il cantato di Ian Anderson, in una meravigliosa alternanza di graffiante corposità e di nostalgici richiami acustici, dedica al reietto parole di commiserazione, in un freddo dicembre che trascorre come al solito, su una panchina.

In una recente intervista Ian Anderson ricorda di aver scelto questo nome per il clochard perchè “il suo incedere e espirare mi ricordavano proprio il rumore del respiratore dei sub” e Aqualung significa appunto questo.

 

Ascoltiamolo adesso nella versione originale da oltre 8 milioni di visualizzazioni:

Aqualung trasforma la band di Ian Anderson in superstar, ammirati in tutta Europa e non solo in ambito progressive: fin dalla copertina – un dipinto raffigurante un barbone, contrapposto a un poster che pubblicizza una costova località sciistica – suscita scalpore.

Aqualung fa parte della storia del rock ed è di diritto uno degli album folk-rock più interessanti e belli in assoluto, e lo affermo senza ombra di dubbio.

Ciò che ritroviamo nelle storie di Aqualung è ancora oggi di attualità.

Un album bello, particolare e perturbante.

Sofisticato ma accessibile, audace ma orecchiabile, variegato ma coerente, internazionale ma britannico , al punto che qualche critico l’ha etichettato di provincialismo.

Un classico, c’è poco da dire.

All’interno del brano c’è l’assoluto di chitarra considerato uno dei venticinque migliori assoli della storia del rock, firmato da Martin Barre.

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Sul retro della copertina del disco c’è un passo in stile biblico che narra di come l’uomo creò Aqualung dalla polvere del suolo, e con lui creò un’orda di altri uomini minori gettati nel vuoto, emarginati, o messi al rogo.

All’archetipo di questa stirpe è appunto dedicata la canzone Aqualung.

Una canzone dall’atmosfera immediatamente riconoscibile.

Questa solidità ha contribuito a far sì che Aqualung sia sovravvissuta nel corso dei decenni, andando a influenzare gli ambiti più inaspettati, dal punk all’heavy metal.

Anderson e Barre sono attivi tutt’oggi.

Sulla soglia dei settant’anni viaggiano per il mondo suonando ancora Aqualung.

Cantando un testo dissonante, senza romanticismo alcuno, continuando a scavare nella rovina umana.

Così spesso, passando davanti ad un uomo che dorme per la strada, questa canzone mi torna in mente.

I suoi cambi di ritmo, da piu’ lento e meditativo, marchio di fabbrica di Ian Anderson, ai toni ruvidi, aspri e aggressivi, mantenendo sempre una straordinaria efficacia.

Una canzone di una band che si è fatta notare quale fenomeno antinomico rispetto alle tendenze musicali in auge nei tardi anni Sessanta inglesi.

L’incredibile bagaglio musicale di Anderson sfocia cosi’ in composizioni rocciose imbevuto di folk medievale, musica classica, variazioni blues, scale e strutture jazz-rock.

Il piglio grottesco e teatrale della sua voce ben si fonde con il mobile suono del flauto, trovando inoltre una sponda perfetta nelle sofisticate articolazioni strumentali che la band dispone.

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