PD Arezzo: “Dalla Guido d’Arezzo a un Arezzo a guida incerta e discutibile”

Conferenza stampa del gruppo consiliare del Partito democratico sul Raro festival e le spese sostenute per organizzare il cartellone di eventi e più in generale sui caratteri e i risvolti delle politiche culturali dell’amministrazione Ghinelli. Presenti Alessandro Caneschi, Matteo Bracciali, Donato Caporali e Pasquale Macrì.
È stato quest’ultimo a esordire: “è doverosa una premessa. L’insediamento della giunta Ghinelli è stato preceduto da una campagna elettorale molto incentrata sui temi culturali. E in quella occasione, se ne parlò sempre in termini di sfida e con l’accusa mossa nei nostri confronti di avere ‘fatto troppo’. Evidentemente hanno preso questo j’accuse sul serio. Perché finora abbiamo avuto una mostra all’anno, fatta di nascosto, non coinvolgendo le scuole e chiudendola in una torre aurea, la Fortezza. Mostre costosissime e di discutibile valore artistico e culturale. Icastica permetteva una fruizione diretta dell’opera d’arte, anche provocatoria, democratizzava i contenuti. Ora, per vedere un’opera all’aperto, si mettono guardie e biglietti. Lo sapete quanto costa una biglietteria? 25.000 euro e dunque diventa un elemento di criticità nel bilancio dell’evento, a meno che non si metta un biglietto a 77 euro. E veniamo alla Fondazione: il disegno organizzativo per una città come Arezzo dovrebbe essere: un valido assessore alla cultura, anche di livello nazionale, magari guardando in alto e pagando molto, come peraltro mi pare che si faccia tranquillamente, buoni uffici e poi un manager, anche a capo di una fondazione, come strumento gestionale. Ma non creando una fondazione messa per espropriare il Comune di una funzione fondamentale e strategica come le politiche culturali. Il Raro Festival: sapete qual è l’opera ‘rara’ che si rappresenta? La più rara di tutte, quella conosciuta in ogni angolo del mondo: La Traviata. Mi sarei aspettato, confidando in 660.000 euro, in un’opera davvero rara, non La Traviata. L’allestimento, peraltro, di questa opera di Verdi è stravisto, niente di originale, di raro. E per la troupe si spendono 80.000 euro di alloggio. Quando organizzavo il Polifonico, 24.000 bastavano per 500 persone. E veniamo a ‘Le cantatrici villane’, altra opera rara. Nel 1801 la rappresentano a Venezia, 150 anni dopo la scrittura, e la riducono a un atto, dai due originari, come un classico riempitivo della serata. Poi ci sarà una terza messa in scena, alla Reggia di Caserta nel 1951. Ci sarà un motivo se tutti i teatri del mondo l’hanno lasciata dov’era e la storia della musica l’ha ignorata. Qui ad Arezzo ne abbiamo una doppia rappresentazione, dopo le uniche 3 dal 1798. Un record. E abbiamo pagato per essa due registi. Non uno, due. Passando ai 3 documentari di Sky previsti dal festival, che io ho già visto da abbonato, in uno comparirà un artista che certo non è raro ma è anzi un divo televisivo: Roberto Bolle. Che una persona può perfino equivocare e chiedersi: viene ad Arezzo? No, c’è un pezzo di documentario su di lui. Mi rimane un grande dolore, perché da assessore posso dire: chi li ha mai visti 2.000.000 di euro per la cultura? E come sono stati spesi? Ma voi pensate che un sindaco può mettere in piedi un cartellone e chiamarlo ‘festival’? Dov’è il comitato scientifico, chi lo compone? Gli artisti di Icastica non li sceglievamo io e Fabio Migliorati ma i direttori dei migliori musei del mondo, quelli che componevano il comitato suddetto. Anche per Icastica abbiamo ospitato Sky, Gina Lollobrigida, Emma Dante, Zygmunt Bauman: gratis. C’erano i tg nazionali e la terza pagina di Repubblica e la prima del Sole 24 Ore. Ora abbiamo un francobollo del quotidiano Adige. Per Icastica, dopo la proposta di Ghinelli di renderla biennale, è stato detto no a 5.300 firme di cittadini presentate da un ex consigliere comunale all’attuale sindaco. Che le ha trascurate decretando l’eutanasia di un evento che se mantenuto per altri 4-5 anni avrebbe portato Arezzo ad avere un segno distintivo nella cultura nazionale”.
E Pasquale Macrì chiude col botto: “di ‘raro’ in questo festival non c’è proprio nulla. Non manca neppure l’ordinaria dose di nepotismo. Il concerto finale al Teatro Petrarca sarà tenuto dall’artista Maurizio Fabrizio, nipote del direttore artistico del Raro Festival, il maestro Donato Renzetti”.
Donato Caporali: “un euro investito in cultura ne dovrebbe generare due e mezzo, così è stato detto al momento della creazione della fondazione. Giustificandola. E paventando perfino ricadute occupazionali. A oggi possiamo dire che è stata persa ogni scommessa e anche la Fortezza è stata trascinata nella mediocrità, diventando un piccolo luogo espositivo”.
Matteo Bracciali: “è anche una forma di poco rispetto verso le associazioni che in questo periodo dell’anno organizzano eventi e cercano di dare lustro alla città. Il Passioni Festival neanche ha ricevuto il patrocinio, al Mengo sono stati dati 20.000 euro: queste cose vanno dette come bilancio di un mandato, caratterizzatosi per oltre 650.000 euro di provincialismo. Non bastano i richiami alle ‘sette note’ per cercare di giustificare un festival che appare come un collage raffazzonato. Il dato evidente è la difficoltà nel promuovere questa costosa produzione: non è praticamente conosciuta e a subirne, in termini di pubblico e visibilità, sono anche serate valide dal punto di vista artistico. Ricordo peraltro le iniziative chiamate ‘I digiuni culturali’ organizzate da Pasquale Macrì. Ebbene dopo 4 anni di digiuno abbiamo un’indigestione di pressappochismo”.
Alessandro Caneschi: “al momento della loro costituzione, avevamo chiesto una qualche forma di controllo sulle fondazioni a beneficio del Consiglio Comunale. Ebbene, noi consiglieri non possiamo vantare alcunché in termini di trasparenza. Basta andare nel sito della Fondazione Guido d’Arezzo: dov’è traccia di spese o di incarichi? Noto una differenza in questo senso con la Fondazione Arezzo InTour, creazione della stessa maggioranza. Quindi, evidentemente, qualche problema là c’è. Alla luce della scarsa trasparenza con cui questa amministrazione gestisce le risorse pubbliche, caso Coingas docet, siamo profondamente perplessi riguardo l’uso di una cosi importante mole di denaro. La Fondazione Guido d’Arezzo, più che un ‘ensemble corale’, sembra un ‘duetto’ fra il sindaco e il direttore. Anche all’interno della stessa maggioranza, cominciano a emergere perplessità”.