Il futuro post pandemico prima di inventarlo, bisognerà immaginarlo. Ma come?

Immaginare è un’azione che crediamo di conoscere molto bene: chi non si è mai perso nelle sue fantasie? Eppure, pochi sanno che l’immaginazione non è un sinonimo di fantasia. Che immaginare significa pensare il contenuto di un’esperienza sensoriale senza concretizzarla e che (naturalmente), esistono i fantasiologi capaci di attivare metodi per stimolarla.

Metodi che intanto, cominciano dalla parola “immagine”, già carica di significati molteplici e che concepiscono l’atto di immaginare come una rappresentazione nella mente di qualcosa che scaturisce anche dalla memoria.

L’immagine mentale è quindi un recupero di immagini percepite e può essere di tipo ideativo oppure fantastico.

Al primo gruppo appartengono tutte quelle persone che “scoprono” qualcosa proprio in questo processo immaginativo. Sono gli scienziati e in genere quegli artisti che in preda alla passione per ciò che stanno realizzando occupano la propria immaginazione al fine di prevederne gli esiti.

Al secondo gruppo possiamo associare tutte quelle persone abituate ad ascoltarsi e gli artisti impegnati proprio in questo tipo di ricerca come i surrealisti. Artisti che cercavano modi per esprimere la mente inconscia con un metodo che prevedeva la rinuncia al controllo del processo creativo entrando in uno stato di trance e scrivendo o scarabocchiando qualunque cosa arrivasse a loro.

L’automatismo, come veniva chiamato, era una fonte di grande libertà ma anche di intensa frustrazione. Per menti analitiche come quella di Max Ernst (Brühl, 2 aprile 1891 – Parigi, 1º aprile 1976), era addirittura irritante.

Ecco perché a seguito degli studi di psicologia all’Università di Bonn, dove aveva letto il lavoro di Sigmund Freud (1856-1939), la psicoanalisi divenne centrale nella sua pratica artistica. Le descrizioni dei sogni di Freud consentirono all’artista di realizzare immagini dell’inconscio senza dover entrare in una trance ipnotica, ma appunto immaginandole.

Alcune tecniche che posso suggerire riguardano il fatto che la prima cosa da fare con l’immaginazione è riconoscere una specie di distanza critica tra noi e le immagini immaginate: alcuni prodotti della mente possono essere ritenute fin troppo reali! E allo stesso tempo, è necessario assicurare che non è possibile non immaginare!

Intanto perché l’immaginazione può essere descritta come spazio mentale del quale fanno parte:

  • la realtà come la percepiamo;
  • le situazioni e realtà possibili;
  • le situazioni passate e future;
  • le situazioni ipotetiche;
  • ogni tipo di questione astratte: come l’economia, la religione, la ‘vita emotiva’, il ragionare razionalmente e così via.

 

Per attivare l’immaginazione quindi, si comincia in uno stato mentale ed emotivo che possiamo definire riflessivo o rilassato e si prosegue dicendo a noi stessi che l’immagine sarà un “luogo sicuro” e piacevole nel quale rifugiarsi. A questo punto, sarà necessario accettare l’immagine e le emozioni ad essa associate, le conseguenze che porta, per esempio l’evitamento di alcune situazioni.

Ai nostri giorni, la stanchezza è diventata una condizione discreta, a cui forse non prestiamo molta attenzione, ma che affligge milioni di persone in tutto il mondo. E non parliamo della vera e propria stanchezza di giornate veramente faticose, ma piuttosto di quella stanchezza emotiva, frutto dello stato di ansia in cui si vive, di fretta e di stress.

A questo proposito, la capacità di immaginare ci viene offerta anche come possibile medicina per l’anima e il corpo stanchi. La connessione tra immaginare e sensazioni di felicità è intuitiva ma è stata anche esaminata  scientificamente.

Da un lato, molto probabilmente abbiamo tutti vissuto un momento in cui, facendo qualcosa che ci piace molto (cucinare, dipingere, fare sport, scrivere, persino parlare con una persona con cui la conversazione è interessante e stimolante), sentiamo che tutto nel mondo ha smesso di importare se non per detta azione, il nostro essere è completamente rivolto a ciò che facciamo, ogni altra preoccupazione cessa o perde importanza e, insomma, tutte le nostre capacità vengono affidate a svolgere quell’attività.

In quel momento stiamo sperimentando lo “stato di fluidità”, ovvero quello stato di concentrazione o di completo assorbimento, nel quale ci sentiamo pienamente coinvolti nell’attività da soli. L’ego scompare.

Il tempo vola. Ogni azione, movimento o pensiero nasce inevitabilmente dall’azione, movimento e pensiero precedenti ed è come se stessimo suonando jazz. Il nostro intero essere è lì e sta applicando le sue facoltà al massimo. La neuroscienza descrive il flusso come la fusione di “azione e attenzione”, un coinvolgimento completo in ciò che viene fatto, al punto che “ciò che pensi diventa ciò che fai”. Questo è ciò che auguro a tutti, proprio perché siamo in piena zona rossa!

 

Matilde Puleo