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Monte San Savino: incontro con la professoressa Daniela Burroni per la valorizzazione del “Sasso delle Fate”

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Monte San Savino: incontro con la professoressa Daniela Burroni per la valorizzazione del “Sasso delle Fate”

MONTE SAN SAVINO – Nei giorni scorsi il sindaco Margherita Scarpellini e l’assessore alle attività produttive Nicola Meacci hanno incontrato la professoressa Daniela Burroni, studiosa di preistoria, cresciuta a Monte Savino e attualmente docente della Leeds Beckett University in Inghilterra. Fu proprio la prof. Burroni, negli anni ’90, a studiare e pubblicare il “Sasso delle Fate”, un blocco di arenaria con incisioni e petroglifi rupestri che si trova nel territorio di Monte San Savino e che fu scoperto dal Gruppo Archeologico “G.F. Gamurrini” guidato dal dott. Varo Sonnati.

Nell’incontro si è parlato di idee e strategie per la valorizzazione del sito, di grande importanza storica oltre che collocato in uno splendido ambiente naturale, molto suggestivo, nei pressi del torrente Vescina.

Il “Sasso delle fate” è inserito in particolari percorsi trekking, mappati con gps ed è stato meta di alcune camminate, fra cui quella del Cammino della Traslazione. Il Comune sta anche portando avanti un programma di manutenzione del sito, anche con la collaborazione dell’Associazione V.S.A. Monte San Savino.

La professoressa in questi giorni ha donato alla collettività un articolo dal taglio scientifico su queste tematiche che pubblichiamo di seguito.

“Nel comune di Monte San Savino le tracce dei primi insediamenti umani sono rare e sparse. Ritrovamenti isolati di pietre lavorate nelle campagne intorno al paese indicherebbero una frequentazione già a partire dal Paleolitico Inferiore e Medio, ma dobbiamo arrivare al Paleolitico Superiore per trovare testimonianze meglio documentate. Una notevole collezione, attualmente conservata all’Università di Firenze e datata alla cultura del Gravettiano, proviene da un sito che al tempo della scoperta si rivelò ben preservato e particolarmente ricco di materiali, il sito di Monte Longo.

Situato sopra Monte San Savino ad un altitudine di circa 500 metri fu scoperto da Zei alla fine degli anni ‘50 e poi scavato da Borzatti (BORZATTI VON LOWENSTERN, 1970; PALMA DI CESNOLA, 1993). Il materiale venuto alla luce includeva circa 4.000 elementi litici, tra questi 1.160 erano strumenti: bulini, grattatoi, punte, raschiatoi e dorsi. In pratica tutto l’armamentario necessario per gli abili cacciatori di questa epoca glaciale. Tra i materiali archeologici figuravano alcuni elementi di collana di steatite bianca e verde e tra le strutture identificate c’erano anche dei focolari delimitati da ciottoli fluviali. Alcuni carboni raccolti in questi focolari sono serviti per ottenere una datazione radiometrica, sappiamo pertanto che il sito risale a circa 18.000 anni fa, una fase finale del Gravettiano. Questo accampamento all’aperto di Monte Longo rimane veramente unico per quello che fu il suo stato di conservazione, e anche per le caratteristiche tecnologiche degli strumenti litici che precorrono e danno origine ai tipi caratteristici della cultura successiva.

Negli anni ‘80 e ‘90 la maggior parte delle ricerche e dei ritrovamenti a Monte San Savino si devono al Gruppo Archeologico “G.F. Gamurrini” guidato dal Dott. Varo Sonnati. Tra i suoi numerosi ritrovamenti spiccano per importanza il Sasso delle Fate e la sepoltura eneolitica della cultura Rinaldone (intorno alla la metà del IV e per buona parte del III millennio a.C.) nei pressi delle Vertighe.

Il Sasso delle Fate è un importante sito di arte rupestre – intendendo per arte rupestre la presenza di segni figurativi o simbolici lasciati dagli antenati su rocce all’aperto – fu scoperto nel 1995 e successivamente studiato e pubblicato dalla dott.ssa Burroni (BURRONI 1997; BURRONI e COLICA, 2009). Il nome Sasso delle Fate non è presente nelle mappe topografiche, si tratta di un toponimo usato da sempre dalle genti locali per indicare questo grosso masso di arenaria grigia di forma cubica che emerge dal terreno e si trova a 350 metri sopra il livello del mare, in uno dei punti più panoramici di una stretta gola in fondo alla quale scorre il Torrente Vescina.

Le incisioni o petroglifi, realizzati dall’uomo con la tecnica della percussione, sono localizzati su tre lati: lato sommitale, lato Nord e lato Sud Ovest. La figura più interessante si trova sul lato sommitale ed è stata interpretata come un antropomorfo schematico, un’estrema semplificazioni della figura umana, dove sia il corpo sia gli arti sono rappresentati da semplici linee. Si tratta di una figura rara da trovare in Toscana, ma ricorrente in quelli che sono i centri principali dell’arte rupestre nella zona alpina, soprattutto nell’Età dei Metalli (DE MARINIS 1994; ARCÀ 2002). Le Alpi sono molte lontane dal Sasso delle Fate, ma rappresentano un importante punto di riferimento e di confronto perché l’abbondanza di incisioni o petroglifi in queste zone ha permesso un’analisi approfondita dell’arte rupestre italiana e l’identificazione di varie fasi cronologiche e stili (ANATI 1975; 1980; FOSSATI 1994, 1995; ARCA’ 1995; MEZZENA 1996). L’antropomorfo del Sasso delle Fate è lungo circa 15 centimetri ed è stato interpretato come una figura maschile schematica con il volto rivolto a oriente e impugnante a destra uno strumento arcuato. Presenti anche altri segni non figurativi, probabilmente contemporanei all’antropomorfo. Si tratta di linee e incisioni a coppa o coppelle, con diametro spesso inferiore a un centimetro e profonde pochi millimetri. Anche in questo caso siamo di fronte alla rappresentazione di simboli, questa volta più astratti, per noi misteriosi, ma parte integrante della cultura che li ha creati.

La località del Sasso delle Fate ci appare adesso come un posto isolato e impervio, tuttavia nel passato la presenza di molte sorgenti e il fatto che il Sasso si trovasse lungo le vie della transumanza che costeggiavano la Vescina, rendevano il luogo particolarmente importante. Non si esclude inoltre che sgorgasse dallo stesso Sasso dello Fate un’antica sorgente, oggi prosciugata, magari dalle proprietà magiche e curative. Certo è che l’uomo ha voluto lasciare un segno dell’importanza di questo masso, incidendo la roccia con dei simboli evocativi, enigmatici, il cui vero significato si è perso nella notte dei tempi (BURRONI & COLICA 2009).

Rimane la questione sulla datazione di queste incisioni rupestri. Non sono stati ritrovati nelle immediate vicinanze del Sasso strumenti litici, metallici o frammenti ceramici che permettano una sicura datazione culturale, per questa ci si basa esclusivamente sui seguenti criteri: la tecnica, lo stile delle incisioni, i confronti e il ritrovamento a pochi chilometri, in zona Vertighe, di una sepoltura attribuibile a una cultura eneolitica del terzo millennio a.C. L’Eneolitico o Età del Rame includeva infatti come parte del culto e delle pratiche religiose l’usanza di incidere le rocce con figure naturalistiche o astratte. Di questa sepoltura delle Vertighe non si conosce bene la tipologia della tomba, distrutta da lavori di scasso, e non furono preservati i resti scheletrici. Sembra che si trattasse di un singolo individuo e il gruppo archeologico raccolse parte del suo corredo. Era costituito da due tipici pugnali di rame e una punta di freccia in selce nera. I reperti sono da attribuirsi alla cultura di Rinaldone, una fase avanzata dell’Eneolitico che prende il nome dalla necropoli omonima presso Montefiascone (Viterbo). Simili sepolture furono ritrovate nei primi del ‘900 a Badicorte e a Cortona e elementi del corredo si trovano nel Museo Archeologico di Arezzo. In generale, l’Eneolitico è una cultura innovativa che porta in tutta l’Italia notevoli cambiamenti di carattere economico, tecnologico, religioso e cultuale. Tra gli aspetti legati al culto, come detto sopra, ci sono le incisioni rupestri e anche il culto delle acque. Per tutta la preistoria l’acqua era considerata come il simbolo della vita e della rigenerazione, dal neolitico in poi viene ad assumere anche funzioni magiche-terapeutiche e tali credenze sono continuate fino a tempi storici. Si credeva per esempio che bevendo le acque di certe sorgenti le madri avrebbero incentivato la secrezione del latte, essenziale per la sopravvivenza dei neonati. Citiamo come esempio di sorgente creduta curativa a Monte di San Savino la Fonte del Latte in Pastina.

Concludendo, negli ultimi anni i ritrovamenti di età preistorica a Monte San Savino sono stati relativamente numerosi, per alcuni si aspetta ancora una catalogazione e uno studio approfondito. Speriamo che sarà presto possibile mettere insieme tutti i vari elementi di questo incredibile e complicato puzzle ricomponendo, senza lasciare troppi spazi vuoti, la storia dei nostri antenati dal Paleolitico inferiore fino alla fine dell’età dei Metalli. Il nostro obiettivo dovrà sempre essere quello di recuperare e conservare per le future generazioni di Monte San Savino tutti i manufatti archeologici del territorio perché solo questi insieme al contesto in cui si trovavano rappresentano la chiave della nostra identità culturale e delle nostre radici”.

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La dottoressa Daniela Burroni è cresciuta a Monte San Savino, si è laureata in Scienze Naturali all’Università di Siena specializzandosi in Preistoria, ha poi continuato lo studio e la ricerca in questo settore dell’archeologia all’estero, alla Michigan State University e alla Stony Brook University in USA. Si è trasferita poi in Inghilterra dove ha lavorato come docente all’Università di Sheffield e ultimamente alla Leeds Beckett University. Attualmente è Senior Associate nel laboratorio archeologico di studi litici a Leeds.