SuperGreenPass? Feste “normali” per i vaccinati

di Stefano Pezzola

Via libera al Super Green Pass.

Draghi: “Vogliamo preservare la nostra libertà. Con queste restrizioni, feste normali per i vaccinati, speriamo che gli altri tornino presto a far parte della società”.

Un super Green pass per premiare i vaccinati, insomma.

Il presidente del Consiglio – che ha annunciato di aver già fatto la terza dose (sarebbe interessante conoscere il numero del lotto ed il seriale della fiale di Comirnaty utilizzata) – ha spiegato: “abbiamo ricominciato ad essere normali. Vogliamo conservare questa normalità. Non vogliamo rischi a questa normalità. Ed è con questo spirito che questi provvedimenti sono stati presi. È guardando al desiderio di voler continuare ad essere aperti“.

Normalità, appunto.

La normalità anormale di un Natale sempre più green.

Un Natale che continuerà ad essere orfano di test sierologici a cui sottoporre tutti i vaccinati.

La comunità scientifica nazionale deve ancora decidere se autorizzare il test per valutare la risposta immunitaria dei cittadini alle prime due dosi di vaccini per valutare al meglio la necessità della terza.

Sollecitata da alcuni Presidenti di Regioni.

In pratica un piccolo prelievo di sangue per misurare a tutti la presenza o meno di anticorpi al virus Sars Cov-2, e quanti.

Il classico follow up che segue ogni cura farmacologica, per misurarne l’efficacia.

Una cosa normale, appunto.

Contare gli anticorpi non spiega tutto – ha detto qualche tempo fa il virologo del Policlinico Gemelli, Roberto Cauda – gli anticorpi vengono prodotti nei confronti della proteina Spike, che è una componente del virus. Ma quando ci si ammala, o quando ci si vaccina, si crea una doppia risposta. La prima è la risposta anticorpale, cioè quella legata alla produzione di anticorpi, che si calcolano attraverso un prelievo di sangue. La seconda è una risposta cellulare, che è più difficile da calcolare. Ci sono dunque soggetti che potrebbero avere un numero di anticorpi inferiore a 80, che è la cifra ideale stabilità dall’Oms per essere sicuri ed avere comunque una buona risposta contro il virus grazie alle cellule immuno competenti”.

La consueta supercazzola con scappellamento a destra alla quale negli ultimi due anni ci ha abituato la scienza con la s miniscola.

Ho fatto il vaccino contro il Covid-19, ma ora come faccio a sapere se sono davvero immune o no?

E come faccio a sapere se prima del vaccino avevo contratto il virus, magari in forma asintomatica?

Per avere una risposta a queste domande bastano invece quelle due semplice parole: test sierologico.

Il test sierologico esegue un doppio controllo e va a valutare la presenza o meno degli anticorpi IgM e IgG nel sangue.

Nello specifico i primi (IgM) sono gli anticorpi che compaiono nel breve tempo e indicano un’infezione recente, mentre i secondi (IgG) si formano circa 15 giorni dopo l’esposizione al virus e, dunque, indicano un’infezione più remota.

Per verificare e monitorare l’eventuale risposta al vaccino, il dosaggio anticorpale dovrebbe essere effettuato dopo almeno 10 giorni dalla somministrazione della seconda dose del vaccino.

Ma quanti italiani hanno deciso di sottoporsi a questo esame?

Nessuno.

Vaccinati ma senza anticorpi?

Assolutamente SI, e sorpresa, anche dopo la seconda dose il siero è già svanito!

Dal paziente-zero al vaccinato-zero-anticorpi potremmo affermare.

Sono sempre più numerosi i casi dei cosiddetti non responder, quelli che scoprono di non aver sviluppato gli anticorpi dopo la somministrazione del vaccino anti-Covid.

Oppure i parzial responder, che ne hanno prodotti talmente pochi da svanire in un paio di settimane.

E non si tratta solo di immunodepressi, ossia pazienti che seguono specifiche terapie, o sono affetti da leucemie, oppure coloro che hanno subito trapianti.

Ma ci sono moltissimi casi di persone sane, che non accusano patologie, ma ritrovatisi senza anticorpi dopo l’inoculazione delle due dosi.

Principalmente operatori sanitari, i primi ad essere vaccinati con Pfizer e forse tra i pochi che in alcuni casi hanno deciso di sottoporsi a test sierologico.

E allora che fare?

Via di corsa ad inocularsi la terza dose natalizia, confidando di ottenere una qualche risposta anticorpale, tenendo come piano B l’ipotesi di una quarta, quinta, sesta dose…..

Ma qualcuno ha dubbi e perplessità sulla opportunità di farsi inoculare la terza dose oppure ormai tutti pendono dal verbo del dr. Burioni?

Eppure  la situazione si è complicata un bel po’, perché sia i dati epidemiologici che quelli sperimentali ci raccontano storie diverse, a seconda di cosa si va a osservare.

Se non ci sono dubbi che con il passare dei mesi dalla vaccinazione diminuisca la protezione dall’infezione ed è prevedibile che siano i pazienti più anziani ad avere anche sintomi più severi, i dati epidemiologici continuano a confermarci che, almeno per ora, dal punto di vista del carico sul sistema sanitario di tutti i paesi che vedono salire i casi, ospedalizzazioni, ricoveri in terapia intensiva e decessi riguardano in massima parte purtroppo gli anziani.

Ma il dato epidemiologico si limita a descrivere quello che succede.

Di studi fatti in diverse popolazioni (Israele, USA, UK, Germania) che ci confermano un calo del titolo anticorpale significativo dopo pochi mesi dalla vaccinazione, coerente con l’aumento dei casi asintomatici e sintomatici, ce ne sono tanti.

Almeno per quanto riguarda gli anziani il messaggio è forte e chiaro, sul loro sistema immunitario il vaccino è stato efficace inizialmente, ma l’efficacia è stata di breve durata.

Meno chiari invece sono i dati riguardanti i giovani.

In genere gli studi sono stati fatti sul personale sanitario, gli unici vaccinati all’inizio della pandemia come gli anziani.

E se alcuni studi vedono un calo drastico degli anticorpi in tutte le fasce di età  – comunque più negli anziani che nei giovani – in altri il fenomeno è meno marcato.

E per finire, anche la risposta specifica alla proteina Spike mediata da linfociti T misurata come rilascio di INF-gamma negli anziani è molto più bassa rispetto ai giovani, circa un quarto.

L’interpretazione di questi studio estrapolata a livello di popolazione generale è che effettivamente dopo pochi mesi dalla vaccinazione gli anziani hanno una risposta immunitaria residua seriamente compromessa, ma i giovani molto meno.

Dati come questi giustificano forse la scelta di offrire la terza dose di vaccino alla popolazione anziana o over 60, oltre ovviamente alle persone particolarmente fragili o vulnerabili e agli operatori sanitari.

Quindi la spinta a estendere la terza dose a tutta la popolazione si deve a un eccesso di prudenza?

Oppure è una risposta al panico da progressione logistica, da aumento dei casi, insomma?

In uno studio recente si dimostra che con il passare dei mesi dalla vaccinazione, parallelamente al calo del titolo anticorpale, diminuisce il Ct, ovvero quante volte bisogna amplificare con la PCR il campione per vedere il virus.

Ovvero aumenta la carica virale e si è più contagiosi.

Niente vaccino ai bambini.

E terza dose per gli adulti sani non è così urgente.

Non sono parole di un’attivista no-vax ma del direttore generale dell’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità.

L’Ecdc pubblica il suo ultimo Risk Assessment e  avverte: “Vaccinazioni insufficienti in tutta Europa, ridurre i contatti a Natale e no alla terza dose prima di 6 mesi dalla seconda”.

E in Italia?

Probabilmente lunedì inizieremo la vaccinazione dei bambini da 5 a 11 anni e la terza dose è vivamente consigliata dopo 5 mesi dalla seconda.

Buon Natale a tutti, vaccinati e non!

In fondo siamo tornati ad essere un Paese Normale, o no?