“Viva Buratto”: una Giostra anamorfica che riflette sul “nemico”

di Andrea Giustini

La Giostra del Saracino non si corre più, per così dire, solo in Piazza Grande, nelle tradizionali edizioni di giugno e settembre. Da settimana scorsa si corre anche nel sottopasso che collega via Crispi al Parco Pertini. E’ la Giostra cui ha dato vita David Vecchiato, in arte Diavù, con l’opera di urban art “Viva Buratto”. Una Giostra statica, perché dipinta indelebilmente sui muri del tunnel. Ma al contempo dinamica, in quanto opera anamorfica. In un certo senso una Giostra che si corre tutti giorni: perché ogni volta che un cittadino di Arezzo passa per il tunnel ne diventa spettatore. E perché, nell’interpretazione dell’artista, è metaforicamente anche la personale Giostra di ciascuno, nella lizza della propria vita.

Incentrata sulla figura del Re delle Indie, “Viva Buratto” trae ispirazione dalla riflessione sul concetto di “nemico”: «Nei fatti il Buratto – spiega Vecchiato – è il simbolo indispensabile della Giostra, che è sì rievocazione storica dei tornei medievali e gioco competitivo tra i quattro quartieri, ma anche rito pagano collettivo contemporaneo, che celebra ogni volta la salvezza di Arezzo. Sono proprio gli aretini a salvare la loro città, colpendo a morte il nemico. Dico che il Buratto è una figura indispensabile perché senza un nemico non c’è battaglia, e senza battersi non c’è salvezza».

Il buratto è infatti un “cattivo” concreto, reminiscenza degli attacchi che anche le città toscane subirono nel periodo dell’espansione araba in sud Italia ed Andalusia. Ma è anche un feticcio, un nemico immaginario, segno tangibile di quello spirito delle Crociate che narrava la civiltà cristiana come superiore a quella araba. E’ la metafora di un meccanismo umano ed una pratica che ritroviamo in ogni tempo: anche oggi. «Finché l’uomo avrà necessità di procurarsi risorse naturali sarà volto alla conquista, e io non ho potuto fare a meno di pensare a ciò dipingendo l’opera, in giorni in cui i media non fanno che parlarci di guerra in Europa e chiederci di prendere posizione. Il sistema in cui viviamo da troppo tempo ormai non fa altro che sostituire il “nemico immaginario” che minaccia le nostre esistenze: passando dal babau sovietico della Guerra Fredda al terrorista islamico della “Giustizia Infinita”, dalla guerra contro il terrore post 11 settembre 2001 fino alla recente guerra al virus. L’attacco della Russia all’Ucraina l’ha momentaneamente oscurata, ma ci ha fatto in qualche modo anche ritornare daccapo, col nemico russo e la bomba atomica».

«Non sto dicendo che tutto ciò non esista in assoluto – continua Diavù -. Affermo però che grazie alla narrazione di un continuo stato di crisi, qualsiasi oligarchia può prolungare il suo potere all’infinito. Se siamo tutti impegnati a dover affrontare l’invasione esterna di terroristi, di virus e di altri diabolici nemici, nessuno ha voglia e tempo di preoccuparsi di altre questioni fondamentali, come ad esempio del fallimento delle democrazie che, con la scusa della sicurezza, sono passate a una smania del controllo dell’individuo prima inimmaginabile, o dello strapotere della tecnologia che è arrivata ad hackerare l’essere umano, o della situazione ambientale al collasso o di altri squilibri interni che chissà dove ci stanno conducendo».

Ma il buratto si annida anche nella nostra intimità. E’ la nostra “ombra”, come la chiamerebbe Carl Gustav Jung. Il nostro “lato oscuro”, che proiettiamo all’esterno nella vita di tutti i giorni. In un certo senso siamo noi stessi il nostro buratto.

«Nell’intimo siamo noi stessi il nostro personale Buratto. Il nemico immaginario contro cui ti batti giorno per giorno te lo fabbrichi su misura, proprio perché c’è qualcosa in te che non sai o non vuoi risolvere in quel momento. Allora punti il dito contro un feticcio qualsiasi, con cui ti arrabbi e combatti. A volte dai la colpa al capoufficio che non ti comprende, al vicino di casa che ti disturba, o al tizio sui social che vorresti ammazzare per quel post o commento che ha scritto. A volte è tuo figlio che non ti obbedisce, il tuo partner che non ti capisce o che sospetti ti possa tradire. Ma in fin dei conti sei tu che non sei disposto a cambiare la percezione che hai di loro e della realtà, e che magari potrebbe risolvere il problema a monte e risparmiarti qualche nemico. Se lo facessi scopriresti che spesso quel nemico è solo un feticcio che hai riempito tu di significati che non ha».

E il giostratore di “Viva Buratto” sembra proprio uno di noi. Arrabbiato, lanciato contro il proprio Re delle Indie. Ma è anche ribelle, sprezzante delle regole comuni, perché coinvolto in una battaglia sua, personale, di cui forse vuole determinare lui regole. Lo vediamo infatti a torso nudo, scalzo e senza briglie. Nemmeno sta cavalcando su di una sella. Non indossa alcun abito della Giostra del Saracino, men che meno con riferimenti ad uno dei quattro quartieri. «Nella scena tutto è sbagliato – spiega Diavù – se prendiamo l’iconografia della Giostra del Saracino, e le stesse regole del gioco, come leggi. Ma in guerra non si rispetta alcuna legge e il mio cavaliere non è in un torneo né in una commemorazione. Sta combattendo una vera guerra, quella sua personale».

«Io mi sono permesso di interpretare liberamente simboli e tradizioni, e di demolire e ricostruire idealmente quello spazio attraversato ogni giorno da centinaia di giovani studenti, per restituirlo soprattutto a loro più seducente e più contemporaneo di com’era. Ma in genere non voglio dare messaggi con la mia arte, preferisco dare sensazioni ed emozioni, e sono felice quando vedo che riesco a farlo almeno un po’. Per questo vi invito tutti a entrare fisicamente nell’opera, dopo aver goduto dell’illusione ottica data dall’anamorfosi all’esterno, e ad attraversarla. Entrare nel sottopasso dal lato di via Crispi ora è come infilarsi nella pancia di questo cavallo, che è verde come quello dell’Apocalisse e ti permette di infilartici dentro, come il cavallo di Troia, mentre venendo dal lato del Parco Pertini si penetra nelle fauci di un doppio Buratto che ti ingoia, portandoti in un’ideale Inferno dantesco».

«Il messaggio più autentico dell’opera – conclude David Vecchiato – non credo sia un concetto esprimibile a parole. Le persone devono starci dentro, e sentirlo sulla propria pelle, attraversandola».