(AdnKronos) – Un altro aspetto da considerare, analizza ancora il problema Marina “è la difficoltà di scelta dello stile alimentare. La preferenza per diete particolari per le più svariate ragioni, religiose, etiche, igieniche non è una libera scelta e non basta comunicarla ai responsabili della cucina. Per ottenerla occorre farsela prescrivere dal medico anche se non attinente a particolari motivazioni di salute. .. Una forma di bio-controllo sottile ma al tempo stesso invasivo, attraverso la quale si certifica ciò che si mette nel piatto. Detto questo, l’alimentazione dei detenuti è regolata da una sorta di spreco coatto: tutti prendono il cibo che passa col carrello ma sono pochi quelli che lo mangiano”.
Succede così che “la maggior parte provvede a cucinarsi per conto proprio il pasto con prodotti che acquista con il sopravitto, servizio che in ogni penitenziario viene gestito con la collaborazione di ditte esterne e fornisce settimanalmente i detenuti di generi alimentari, per l’igiene personale e per l’igiene degli spazi abitativi. In conclusione, il carcere è tenuto a erogare pasti perché deve farsi carico del sostentamento del detenuto. Questi alimenti però diventano quasi subito spazzatura, perché nel rifiuto e nello spregio di quel cibo si compie un piccolo rituale di rifiuto della carcerazione e dell’istituzione”.