Arezzo ha ricordato Amintore Fanfani

AREZZO – “Arezzo ha avuto molte personalità politiche di rilievo ma un solo statista: Amintore Fanfani. Segretario della Dc, Presidente del Consiglio, del Senato e dell’Assemblea dell’Onu. Uno dei Costituenti. Si deve a lui la formulazione del primo comma del primo articolo della Costituzione e cioè che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Così il professor Camillo Brezzi, ordinario di storia contemporanea, ha commentato la figura di Amintore Fanfani nella cerimonia che, aperta dal Presidente Giuseppe Caroti, si è tenuta stamani nella sala del Consiglio Comunale.
“Dal 1954 al 1963, dall’assunzione della guida della Dc al primo governo alla formazione del Governo di centro sinistra, Fanfani guida la fase più dinamica dell’organizzazione della Dc – ha sottolineato Brezzi. Prende su di sé la pesante eredità di De Gasperi e traghetta la Dc verso il centro sinistra. Ma, a quel punto, viene messo da parte. Nel giugno 1973, con l’accordo di Palazzo Giustiniani, è Segretario nazionale e s’impegna nel rianimare le asfittiche strutture organizzative della Dc. Il referendum sul divorzio vede Fanfani paladino del fronte antidivorzista e non coglie le novità nel mondo cattolico ed interpreta la proposta di compromesso storico del Berlinguer come segno di debolezza del Pci. In realtà la società italiana si era secolarizzata. La modernità di Fanfani – ha concluso Brezzi – è rappresentata dall’interpretazione della politica come servizio e come quotidiana azione per i cittadini e per la pace”.

Il Prefetto Salvatore Montanaro ha citato un ricordo di quando, giovane funzionario nei primi anni settanta in servizio in Sardegna, seguì la campagna elettorale per il referendum ed ebbe modo di conoscere Fanfani che rivide poi quando tornò a Roma al Ministero dell’Interno. “Fanfani avviò molte delle aperture sui diritti fondamentali del personale dello Stato”.
Il Prefetto ha ricordato che il Palazzo del Governo ha ospitato la cerimonia per il centenario della nascita di Amintore Fanfani e, successivamente, il convegno del Comitato per le celebrazioni. Montanaro ha quindi sottolineato il grande contributo di Amintore Fanfani alla Costituzione e allo sviluppo del Paese.

Il saluto del Centro Studi Amintore Fanfani è stato portato dal Segretario Franco Ciavattini che ha ringraziato il Comune per aver titolato una delle piazze più importanti della città proprio allo statista. Il Centro studi si è attivato per far conoscere il suo pensiero che presenta elementi di straordinaria modernità. Quindi i convegni ad Arezzo, Firenze e a Pieve Santo Stefano. Iniziative che hanno contribuito a chiarire le sue molte vocazioni: statista, ambientalista, attento ai temi sociali, economici e della partecipazione.

Il professor Piero Roggi, ordinario di storia del pensiero economico ha parlato su “Amintore Fanfani e la Costituzione economica” ricordando che lo “storico dell’economia” non ha finora interessato quanto il Fanfani “riformista”. E’ stato definito “padre della Costituente”, protagonista della parte economica della Costituzione, autore dell’espressione “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Amintore Fanfani non si sentì comunque soddisfatto del suo lavoro e con pubblicazioni successive indicò cosa restava ancora da fare. Dopo il 1948 “lo perseguitò l’incompletezza della Costituzione”.
Il primo tema fu quello della condizione operaia con una significativa convergenza con il Segretario generale della Cgil, Di Vittorio. Fanfani indica una soluzione: la partecipazione degli operai agli utili e alla gestione dell’azienda. Un secondo tema fu quello del diritto al lavoro, interpretato in maniera politica e non giuridica. Ci fu quindi il dibattito sull’economia controllata. Fanfani propone un “silenzio costituzionale” sul diritto di sciopero.
Fanfani è stato quindi “padre costituente”, partecipe a quel gruppo d’intellettuali cattolici che con Giorgio La Pira, Aldo Moro e Giuseppe Rossetti, quest’ultimo suo collega all’Università Cattolica di Milano, lasciò una traccia ben distinguibile sul testo costituzionale, in particolare in quella che potremmo definire “Costituzione economica”. Per non parlare della formulazione forse più citata ed emblematica del documento: l’articolo 1 che definisce l’Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Il professor Roggi ha quindi ricordato che le forze economiche sulla scena di allora erano chiaramente distinguibili in due grandi gruppi: quello produttivo-imprenditoriale e quello, numeroso, dei lavoratori subordinati. La bandiera del primo era Luigi Einaudi, il prestigioso economista piemontese, ministro del Bilancio durante la grande inflazione del 1947 e, successivamente, primo Presidente della Repubblica. Il secondo gruppo attingeva il proprio pensiero economico e sociale dalla tradizione socialista. Si trattava comunque di due gruppi che sventolavano pensieri contrapposti. La loro conciliazione avrebbe richiesto un grande sforzo teorico e di mediazione politica.
Uno dei protagonisti di questo sforzo fu Fanfani e subito dopo l’entrata in vigore della Costituzione, nella storiografia cattolica si ritenne che i costituenti cattolici fossero riusciti a dare vita alla sintesi in grado di accogliere al proprio interno sia la “libertà” dei liberali che il “soccorso sociale” dei social-comunisti. La nuova Costituzione, si disse, non è né liberale né classista, ma solidarista e ispirata dal personalismo cristiano, non è un’espressione di parte, non patrocina né imprenditori né lavoratori, mette ordine, semmai, fra i due pezzi della società. Anche storici contemporanei come Pietro Scoppola, Renato Moro o Maria Serena Piretti hanno adottato questa lettura: i cattolici non si batterono per difendere interessi particolari, realizzarono invece una “sintesi superiore” fra posizioni antitetiche. Ovviamente, non tutti gli studiosi la pensano allo stesso modo. Lo storico fiorentino Piero Barucci, per esempio sostiene che il mix cercato dai cattolici in Costituente non venne trovato. La congiuntura economica sfavorevole, poi, s’incaricò di sciogliere il dilemma: la giustizia fu messa in un cassetto e sul banco di lavoro restò soltanto l’efficienza. Il sistema economico andò avanti per la sua strada.
Se, dunque, cerchiamo una risposta alla domanda se la Costituzione, e in particolare la Costituzione economica, costituì una sintesi di ordine superiore, la storiografia non risponde in modo univoco. La Dc (qualcuno dice la sinistra Dc) fu certamente protesa a questo fine e sul piano pratico del tessuto sociale lo sforzo servì a ricomporre interessi contrari, attenuare l’irrequietezza popolare, rinsaldare l’unità nazionale. Ma se si guarda al documento in sé, allora si deve riconoscere che in alcune parti sopravvivono concezioni diverse che hanno portato, non poteva essere altrimenti, a istituti contraddittori e alla mancata applicazione della Costituzione economica almeno nella sua integrità. Sono state anzi messe in naftalina alcune sue parti caratterizzanti: se questo sia stato causato dalla “dittatura della congiuntura”, come sostiene Piero Barucci, o da un livello di ottimismo eccessivo dei padri costituenti, come dice Ugo De Siervo, è certo che anche il contributo più caratteristico di Fanfani, la riforma radicale del sistema economico attraverso la partecipazione operaia alla gestione e agli utili dell’impresa, non “sfondo” nella realtà.