Francesco Romizi
Francesco Romizi

Avevo già rilevato, in una precedente uscita pubblica, le criticità che avrebbe potuto incontrare il progetto dell’amministrazione comunale relativo alla costituzione di due fondazioni, una che si occuperà di cultura e l’altra di turismo. È soprattutto sulla prima che a questo punto occorre fare una riflessione. Per la portata complessiva del progetto e le sue implicazioni.

Intanto, pare che la sua costituzione verrà deliberata nel prossimo Consiglio Comunale. Siamo arrivati a ridosso di questa data e del nuovo soggetto giuridico sappiamo solo che sarà una sorta di estensione, di esplosione sarebbe meglio dire, di qualcosa già esistente, la Fondazione Guido Monaco, e che c’è la speranza, da parte della giunta, che qualche dipendente comunale di buona volontà dia la sua disponibilità a fare partire la macchina. Dunque: noi consiglieri comunali ci vedremo privare del potere di controllo, politico ed economico, su quanto adesso era di nostra competenza, la voce “cultura”, senza essere stati coinvolti preventivamente.
La cultura non è l’erba dei parchi pubblici, non è il tamponamento di una buca sull’asfalto, tutte cose nobilissime e necessarie sia chiaro, ma un elemento particolare per una città d’arte come Arezzo. Un unicum, per ragioni di prestigio, risorse, impegno da destinarvi, varietà di soggetti che la praticano in ogni ambito. Il Comune, l’ente pubblico, si spoglia del potere di intervenire in tutto questo a favore di un soggetto giuridico di diritto privato. Di cui non conosciamo i soci, la pianta organica, le professionalità necessarie, il piano di marketing per i prossimi anni, la pianificazione degli obiettivi a breve e medio termine. Se per ipotesi, nessun dipendente comunale desse la sua disponibilità a entrare a fare parte di questa nuova impresa, perché di nuova impresa si tratta, con quale personale funzionerebbe? E se invece, al contrario, tutti i dipendenti dell’ufficio cultura vi entrassero a fare parte, cosa avremmo? Che Arezzo sarebbe l’unico Comune capoluogo di provincia in Italia a non avere un ufficio del genere. O, a pensare male, che assisteremo a un semplice cambio di nome: da ufficio a fondazione cultura. Tuttavia avremo un nuovo cda e direttore generale e dunque cariche da assegnare.
Ed eccoci al punto più dolente: questo cda e questo direttore avranno carta bianca su un patrimonio immenso, dalla Fortezza al Teatro Petrarca, dal Pietro Aretino ai locali dell’amministrazione presso le logge Vasari. Una fondazione monstre, tuttologa e non di scopo come ce ne sono in Italia: soggetti che lavorano su progetti specifici come il Maggio Musicale a Firenze o il Festival del cinema a Roma. Ad Arezzo abbiamo scelto di giocare in grande e di creare un Leviatano della cultura. Così se oggi un’associazione culturale chiede il Petrarca al Comune di Arezzo per un saggio di danza dei suoi iscritti, pagando ovviamente quanto previsto nel regolamento di utilizzo, ottiene il teatro stesso e, se lo specifica, il patrocinio dell’ente. Si tratta di passaggi che avvengono praticamente in automatico. E domani? Questo cda, questo direttore generale, avranno carta bianca nel disporre o meno la concessione di spazi che, fino a prova contraria a oggi sono pubblici. Dal 2018 a disposizione di un soggetto privato che, legittimamente, potrà pure negarli.