Lavoro: Adecco, dati dimostrano che dl Dignità non funziona, va cambiato

Roma, 20 dic. (Labitalia) – “Se i numeri dimostrano che non funziona, è giusto provare a cambiare il ‘decreto Dignità’. Non conviene a nessuno insistere e non si tratta assolutamente di una questione ideologica. Lo dimostra il fatto che come Gruppo siamo a completa disposizione del governo per rivedere alcuni punti della nuova riforma del lavoro. Desideriamo invitare il ministro Di Maio a conoscerci meglio: per noi, il dialogo deve essere aperto e costruttivo nell’interesse del sistema Paese. Ma intanto bisogna leggere i dati, interpretarli e cercare di cambiare le norme”. Lo afferma, a Labitalia, Andrea Malacrida, amministratore delegato di The Adecco Group Italia, commentando i possibili effetti della nuova riforma del lavoro introdotta a novembre, partendo dai numeri registrati dall’azienda.
“Tra settembre, ottobre e novembre, infatti, Adecco – riferisce – ha perso 20 mila assunzioni ed è facile immaginare che l’intero sistema delle agenzie private ne abbia registrate 100 mila in meno, che su proiezione annuale farebbe circa 400 mila posti di lavoro in meno. Tra poco, a fine dicembre, avremo i nuovi dati e mi aspetto come minimo una replica di quello che abbiamo registrato a novembre, altri 20 mila in meno”. Secondo Malacrida, “per provare a invertire questa tendenza, bisognerebbe innanzitutto modificare il cosiddetto contatore, perché un ragazzo che si avvicina ai 24 mesi si porta dietro come un fardello i rinnovi di contratti che ha avuto e i conseguenti incrementi di costo del lavoro”. “Lo 0,5% in più diventa una tassa che complica la vita alle aziende e al lavoratore. Il risultato sarà che lui viene sostituito con un altro e le competenze che ha accumulato in questo periodo verranno perse”, sostiene.
“Un meccanismo – avverte – che rappresenta un danno per le aziende, che si trovano costrette a sostituire lavoratori competenti con nuove figure ancora da formare e che difficilmente formerà, dato che questi sono a scadenza per via delle causali. Ma il danno riguarda anche i lavoratori stessi che perdono in occupabilità, ovvero nel bagaglio di proprie competenze utili al mercato del lavoro nel lungo periodo. Non possiamo rispondere con la rigidità a un mercato che richiede flessibilità da parte delle aziende e una sempre maggiore occupabilità da parte dei lavoratori”.