“Churchill il vizio della democrazia” di Carlo G. Gabardini

RUBRICA A CURA DI ROBERTO FIORINI

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Fa sempre bene riscoprire eventi e personaggi storici per darne un giudizio più oggettivo, freddo e sereno, come indica il sommo Alessandro Manzoni nell’ode il 5 maggio dedicata all’imperatore del Sacro Romano Impero Napoleone, morto a Sant’Elena nel 1821.

E allora in assenza di maestri viventi, chi potrebbe spiegarci oggi che è una follia credere che la politica sia di per sé un male, e che ha invece un ruolo fondamentale nelle democrazie?

E chi potrebbe spiegarci che l’Europa è il piano lungimirante scaturito da due sanguinose guerre mondiali e dunque dobbiamo essere fieri di essere europei?

Chi?

Facile, Winston Churchill.

L’essenza stessa della politica.

Lo statista reazionario e decisionista, a volte spietato ma difensore feroce della democrazia.

Un gigante agli occhi dei colleghi di oggi.

La democrazia deve diventare un vizio, nella speranza che sia difficilissimo smettere. Io me ne intendo“.

Parole del Winston Churchill immaginato da Carlo G. Gabardini nel romanzo Churchill il vizio della democrazia edito da Rizzoli e dal quale è stato tratto lo spettacolo teatrale Winston vs Churchill con protagonista Giuseppe Battiston.
Churchill
Carlo G. Gabardini è scrittore, drammaturgo, attore e speaker radiofonico di Radio24.

Ha scritto spettacoli per Paolo Rossi, Sabina Guzzanti, Walter Leonardi e Beppe Battiston.

Ha scritto le prime cinque serie di Camera Café e anche Piloti, Crozza Italia e Stasera Casa Mika.

Per Mondadori ha pubblicato Fossi in te io insisterei. Lettera a mio padre sulla vita ancora da vivere.

Morto da più di cinquant’anni, Winston Churchill è vivo come non mai nel racconto travolgente di Gabardini che mentre lo riscopre se ne innamora e gli chiede aiuto.

Churchill nel racconto di Gabardini è il nonno di tutti gli europei.

Un nonno che beve whisky, urla, sbraita, si lamenta senza mai arrendersi.

Fuma sigari senza sosta, tossisce, detta ad alta voce bevendo champagne, si ammala, comanda ma ascolta.

E’ risoluto ma ammira chi è in grado di cambiare idea.

Spesso lavora sdraiato nel letto per giorni o mentre fa uno dei suoi due quotidiani bagni caldi.

Gabardini ripensa alle idee sociali e politiche del grande statista che ebbe la forza di guidare il popolo alla resistenza contro i nazisti.

Fu primo ministro.

Passò il proprio sessantanovesimo compleanno all’ambasciata di Teheran assieme a Stalin.

Nel 1930 in un discorso parlò di Stati Uniti d’Europa.

Vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1953.

Insomma, uno da stare ad ascoltare.

Uno di cui essere fieri.

Uno che ti fa sentire forte e felice di essere europeo.

Perché se è vero che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora, è bene che diventi un vizio, nella speranza che sia difficilissimo poi smettere.

Nessuno prima di Churchill ha mai fatto intendere che sostanzialmente l’Europa Unita, oltre a contrastare l’irrilevanza economica alla quale i nostri Stati così piccoli sono destinati, nasce per scongiurare una terza guerra mondiale, per mettere fine ai conflitti.
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Io credo che già ricordarsi sempre questo particolare fondante, in aggiunta all’enormità del proposito, ci renderebbe un po’ più indulgenti, comprensivi, partecipi delle difficoltà che questa Unione sta evidentemente mostrando” scrive Gabardini.

L’Europa va profondamente cambiata e resa coesa.

Non mi viene mai da metterla in discussione – aggiunge Gabardini – in quanto tale, soprattutto se l’alternativa è il conflitto armato, i muri doganali, le guerre intestine”.

Chi non ricorda i confini, le dogane, le guardie con i mitra, il controllo passaporti.

O chi non ricorda la prima cosa che si doveva fare arrivati in ogni paese?

Cercare un Change per cambiare i soldi nella valuta locale – scrive ancora Gabardini – e poi calcolare fino a sera se la birra in corone, scellini, złoty, marchi, costava più o meno che da noi, prima di essere ubriachi”.

La compiutezza di un lavoro teatrale è un incastro di vari elementi – testo, interpretazione, scenografia, musica, luci – che sinergicamente operano per creare in scena quella dimensione parallela in cui il teatro trasporta lo spettatore.

Il romanzo di Gabardini, dal quale per l’appunto è tratto uno spettacolo teatrale, è un esempio di perfetta armonia della narrazione.

Dove il racconto di uno dei personaggi più ingombranti della storia europea contemporanea, ci fa incontrare e conoscere meglio un caposaldo morale della resistenza britannica, protagonista assoluto della ricostruzione del Dopoguerra, figura che trascende i confini nazionali per ergersi a vero padre fondatore dell’Europa – o meglio di un’idea di Europa che oggi sembra sempre più sfuocata.

Churchill è stato il campione della politica con la P maiuscola, di cui oggi non si parla più.

Oggi dire politico equivale a dire incapace o peggio ladro.

In realtà la politica è un’arte nobilissima, è l’arte di rendere possibile.

Churchill aveva anche un lato comico e ironico.

Amava fare battute straordinarie, un talento però in aggiunta al suo essere politico, non in esclusiva.

Oggi sembra invece che l’unica cosa importante sia comunicare, twittare e fare battute.

Churchill ci insegna l’utilità della politica come tramite per prendere delle decisioni.

Non possiamo limitarci all’alzata di mano o a un voto online.

Le cose non si possono decidere così: serve qualcuno che le cose le conosca per davvero.

Perché in fondo è più semplice di quello che sembra.

L’Europa è la più bella città di sempre.
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Ce lo rammenta Winston Churchill che nel 1946, di fronte a un’Europa distrutta, per primo prova a immaginare un futuro possibile attraverso il senso di un patriottismo allargato e di una cittadinanza comune.

Quella che chiama la famiglia europea.

Ecco, forse chi certe cose le ha vissute e le ricorda, noi nati negli anni 60/70, noi rassegnati – come Labate ha definito con precisione i suoi coetanei, ovvero la generazione che Mario Monti ha addirittura definito perduta – forse un compito generazionale specifico ce l’abbiamo.

Quello di far capire ai più giovani e ai più vecchi, che l’Europa è imprescindibile ed è il futuro.

Poi se si capirà che è proprio impossibile stare assieme, vedremo il da farsi.

Ma al momento ci deve essere soltanto l’impegno a riconoscere l’immensità del progetto e del sogno.