Suicidi e overdose nella storia del Rock

LA MUSICA che GIRA INTORNO

Paesaggi Musicali Settimanali a cura di Roberto Fiorini

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Da Michael Jackson a Dolores O’ Riordan, sono tante le star della musica ad essersene andate negli ultimi anni in circostanze più o meno tragiche o misteriose.
Il 25 giugno del 2009 il re del pop Michael Jackson muore a 50 per un’intossicazione da Propofol, potente anestetico.
Il 23 luglio 2011 è Amy Winehouse a essere trovata senza vita nella sua casa di Londra: le circostanze della sua morte tuttora non sono chiare.

Amy

Whitney Houston muore invece a 48 anni, nel 2012, in un albergo di Beverly Hills a causa di un abuso di farmaci e droghe.
Scott Weiland, cantante della rock band Stone Temple Pilots e negli anni duemila del supergruppo Velvet Revolver, è trovato senza vita nel suo tour bus in Minnesota la sera del 3 dicembre 2015: secondo l’autopsia la causa della morte è stata un’overdose causata da un mix di alcool e droghe.
Il 21 aprile del 2016 è la popstar Prince a morire per un’overdose dell’antidolorifico Fentanyl.

Prince

Per George Michael è fatale un arresto cardiaco nel dicembre del 2016, mentre pochi mesi dopo, nel luglio del 2017, viene trovato senza vita il leader dei Linkin Park Chester Bennington: si è impiccato nella sua residenza californiana di Palos Verdes.
Come Keith Flint, leader dei The Prodigy.
Il frontman dei Soundgarden e degli Audioslave Chris Cornell si toglie la vita nella notte fra il 17 e il 18 maggio 2017 impiccandosi nel bagno della stanza d’albergo in cui alloggiava a Detroit.
La notte tra il 10 e l’11 marzo 2016 si uccide con un colpo alla testa Keith Noel Emerson, fondatore degli Emerson, Lake & Palmer.

Photo of Keith EMERSON and EMERSON LAKE & PALMER
Il tastierista e compositore era entrato nel tunnel della depressione a causa della malattia alla mano destra, che gli impediva di fare quello che più amava, suonare.
Tra i suicidi più tristemente famosi c’è quello di Kurt Cobain: il frontman dei Nirvana si toglie la vita il 5 aprile 1994 con un colpo di fucile nella sua casa di Seattle.
In una lettera, il suo ultimo flusso di coscienza, in cui sono racchiusi i motivi del suo gesto: “Io non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole“.
E ancora: “A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco“.
Poi la conclusione: “Ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente“.
Suicidi e overdose, la maledizione che ha colpito moltissimi musicisti.
Sembra paradossale, ma il legame tra successo e depressione è evidentemente tanto forte quanto inconcepibile nella musica.
Incapacità di gestire il successo, depressione, malattie, abusi sessuali.
Questi i motivi che nel corso degli anni hanno portato tanti artisti a scegliere il suicidio come soluzione ai loro problemi, lasciando il vuoto nei cuori di familiari, compagni di band e fan.
Quasi che scavare e attingere così profondamente dentro di sé , per molti interpreti si riveli un’ arma a doppio taglio .

Aprire le proprie profondità, le parti creative, ma anche i vuoti per guardarci dentro senza una guida e senza protezione, ha condotto molti di loro verso una morte precoce , più o meno consapevolmente, per mano propria.
Suicidi che rappresentano sia la massima espressione della disperazione, che una richiesta di attenzione e una domanda estrema di aiuto .
E non abbiamo citato Jim Morrison, Jimi Hendrix e Janis Joplin!