Vivere senza uno smartphone e non sentirlo!

di Matilde Puleo

Breve parentesi autobiografica: nel 2012 gestivo uno spazio espositivo, una piccola galleria grande meno di un metro cubo dove non si poteva entrare. Solo osservare opere d’arte dall’esterno. Sostanzialmente nel 2012 gestivo un’idea. Secondo molti anche azzeccata!  Ci sono state mostre site specific e micro eventi. 10 artisti per collettive di piccolo formato e opere di artisti di livello nazionale e internazionale. Quel che noi chiamavamo il più pomposamente possibile “MEGA+MEGA_centro d’arte contemporanea” era nota ai più come la “vetrinetta”. Quell’anno, con un artista amico e una manciata di sue intuizioni giocose, abbiamo allestito “DRRRIIIIIIIIIIIIIIIING me down!”.

Dentro la galleria si vedeva una distesa di cellulari appoggiati placidamente su un piano di vetro impercettibilmente inclinato. Cellulari rigorosamente accesi coi loro numeri esposti e le istruzioni d’uso dell’happening. Nei giorni della mostra, decine di persone coi loro telefoni in mano chiamavano per togliersi la soddisfazione di farne vibrare almeno uno in modo da avvicinarlo sempre più al bordo fino a farlo cadere catastroficamente a terra per l’ultima rovinosa chiamata ricevuta. Ci sono state più di un migliaio di telefonate per un totale di una cinquantina di vecchi cellulari che (con dignità artistica), concludevano così la propria carriera.

Chi sta al centro?
Racconto questa cosa perché ho ancora vivo nella memoria lo sguardo compiaciuto e soddisfatto di chi facendo superare il bordo ad almeno un telefono riusciva a distruggerlo. Soddisfatto come per una liberazione o come per una vendetta inflitta ad un persecutore. Non ho mai avuto il cellulare perché non l’ho mai acquistato, non me lo hanno mai regalato, non l’ho voluto e così ho semplicemente costruito una vita senza. Quel che so con certezza è che posso non avere uno smartphone perché fortunatamente non ho l’obbligo rigido di essere collegata ad un centro. Fin da bambini siamo stati costretti a rispettare questo centro costituito da un accordo prevalentemente emotivo di avvertire se fai tardi, di avvisare dove sei, di telefonare per dire che stai bene e poi dare appuntamenti precisi con scadenze e impegni programmati.

Questo centro può essere un genitore, una casa lontana, una situazione familiare complicata, un capoufficio ansioso o un parente in ospedale che in qualche modo costringono ad avere oltre che a volere uno smartphone. A questo centro se n’è aggiunto un altro non meno importante, la cui logica porta alla performance del libero professionista che assegna al suo statement di raccontarne l’anima, al computer di essere la sua azienda e al suo smartphone di essere la sua scrivania, la sua segreteria, la sua equipe, l’ufficio stampa, la consolle e il centro di controllo ovunque egli sia. In questo modo il cellulare ti mette al centro di una squadra virtuale e trasforma tutti in “one man band” esultanti ed entusiasti.

La domanda di rito
Cercherò d’essere diretta: ci sono persone al mondo che vivono con meno di un dollaro al giorno. Pensiamo davvero che sia difficile o addirittura eroico vivere senza smartphone? Eppure la domanda che mi sento rivolgere è sempre la stessa. Posso aver fatto un’azione memorabile o aver imparato un poema in sanscrito e recitarlo al contrario, ma quando le persone vengono a sapere che non lo possiedo, formulano la domanda: “MA COME FAI?” Detta così, tutta in maiuscolo, immaginando per me scenari da film da azione oppure uno snobismo esagerato che mi porterà all’eremitaggio.

Quali alternative?
Nel corso della vita, ho avuto la possibilità di leggere e studiare perdendomi nel tempo e di incontrare artisti o intellettuali dalle grandi sensibilità e dalle lucide intuizioni senza interruzioni. Ho la fortuna di frequentare mostre e musei da visitare come se leggessi un libro e di scrivere di arte visiva, di teatro e di danza interrotta solo dalla mia volontà. Ho potuto quindi, nella mostra del 2012 che vi dicevo usufruire di un esperimento interattivo, come opportunità per entrare in maniera immersiva e condizionante all’interno dell’opera dell’artista più conosciuto come Otar.

Volevamo vedere come disfarsi del cellulare e della morbosa relazione con la tecnologia e ci interessava agire nella modalità dell’arte partecipata invitando l’osservatore a far parte dell’opera nella veste di coautore in quanto persecutore di una sua dipendenza. È questo astio, questo conflitto, questa dipendenza che mi fa tentare una vita senza cellulare. Tuttavia, non avere uno smartphone, vuol dire essere disposti a dover scegliere in base al proprio intuito quella pizzeria senza controllare quante stelle abbia. Significa essere disposti a uscire al casello successivo per errore o a navigare a vista in città sconosciute. A perdere un cliente se non si fida perché non hai cellulare. A non postare il mio pensiero geniale avuto all’improvviso in cima a un monte. Abituarsi a non chiedere aiuto con facilità e a fare il più possibile coi mezzi che si hanno in quel momento. Io non sono sempre rintracciabile.

Io non sono sempre raggiungibile e ciò mi espone al senso di colpa quando la mamma ha un estremo bisogno di un consiglio sulla tappezzeria o quando a casa prende fuoco la cucina, quando sono trascorsi 40 minuti di attesa di una persona in ritardo o quando mi presento ad un appuntamento spostato tramite whatsapp, o quando in metropolitana devo leggermi un libro alla vecchia maniera – alternando buio luce delle gallerie – invece che avere uno schermo retroilluminato. Il mio saluto quando esco di casa non sarà ricondizionato da decine di messaggi successivi a distanza. I punti del mio pezzo in questo momento non coincidono alla pavloviana controllatina degli ultimi messaggi.

Quando ci sono
Quando decido, quando sono alla mia postazione sono totalmente connessa. Sono raggiungibile al telefono fisso, si può contattarmi via mail o su linkedin. Scrivo per una decina di riviste online e la relazione con la tecnologia non mi spaventa. Anch’io ho i miei youtubers preferiti, le riviste irrinunciabili, una grande collezione di podcast e mi interessano le novità tecnico-sociali che si prefigurano dopo il lockdown: lo sviluppo di algoritmi in funzione comunitaria, le app che facilitano/invadono la nostra intimità e i progetti di digitalizzazione museale. Vivo in questo mondo e molte sono le seduzioni tecnologiche che attraggono anche me, infatti non avere il cellulare non è un giudizio contro chi lo possiede e lo usa.