La relazione di Decaro. Una fotografia, da nord a sud, dell’Italia dei Comuni e delle “sfide” quotidiane dei sindaci

Il neo riconfermato presidente nazionale di Anci, Antonio Decaro, nonchè sindaco di Bari, ha tenuto un discorso molto partecipato in occasione della cerimonia di apertura della XXXVI assemblea nazionale di Anci ad Arezzo, in corso fino a giovedì. Un intervento, che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito travolgente.

“È un onore ma anche una forte emozione tornare ad aprire i lavori di questa assemblea in qualità di presidente della nostra associazione. A tutti i sindaci presenti qui oggi, ai sindaci che sono dovuti restare nei propri municipi, al sindaco Luigi Brugnaro che non ha voluto, giustamente, abbandonare la sua Venezia, voglio dire grazie. A Luigi va l’abbraccio caloroso di questa assemblea. Luigi siamo lì con te e con tutti i veneziani!

Voglio dire grazie anche a tutti gli amministratori locali che in questi tre anni ho conosciuto e con i quali ho avuto la fortuna di lavorare, grazie a tutti i dipendenti della struttura dell’Anci, che quotidianamente ci supportano e ci sopportano.Grazie per quello che abbiamo fatto fino ad oggi, grazie per quello che faremo ancora insieme per le nostre comunità e per l’Italia, il nostro meraviglioso Paese. Quel Paese che ci fa sentire orgogliosi quando indossiamo la fascia tricolore. Per ciò che quella fascia rappresenta per la storia della nostra Repubblica. La storia di un Paese che alla bellezza del suo paesaggio, all’unicità del suo patrimonio artistico, architettonico e archeologico ha saputo abbinare la bellezza e la profondità dei principi e dei valori che ispirano la sua Costituzione – la Costituzione più bella del mondo.

Proprio in virtù di questi valori, il 10 dicembre, in occasione dell’anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, noi tutti, senza distinzioni, saremo a Milano, insieme a Liliana Segre per farle sentire la nostra vicinanza, il nostro affetto, la nostra condivisione per un impegno quotidiano contro ogni forma di violenza e di sopraffazione.

Saremo lì, indossando le nostre fasce, per manifestare il nostro disprezzo e la nostra vergogna per quello che lei e le tantissime vittime della Shoah hanno dovuto subire. Lei non sarà sola, senatrice.

Noi sindaci, tutti, senza distinzioni, saremo la sua scorta civica perché l’unico fanatismo che possiamo consentire, è quello per la vita, per la libertà, per la democrazia, per il rispetto degli altri. Questo è l’impegno solenne che noi prendiamo qui ad Arezzo, città dove la storia dei Comuni affonda le sue radici ormai millenarie. Perché qui, sul finire dell’anno Mille, un potere cittadino – il libero comune – si autodeterminò in contrapposizione al potere feudale, anticipando i tempi di un’esperienza unica, nel contesto dell’Europa dell’epoca: lo sviluppo delle città comunali. Qui fu segnato l’inizio dell’Italia moderna.

Sono certo che il sindaco di Arezzo, Alessandro Ghinelli, che ringraziamo per l’affettuosa e calorosa ospitalità, non avanzerà pretese rispetto al diritto di primazia per questa grande responsabilità storica che ha sulle spalle ma continuerà a lavorare con noi con umiltà e con quel tratto umano, elegante e sobrio, che lo contraddistingue nella vita associativa.

Grazie Arezzo, grazie sindaco per questa tre giorni aretina.

Ci lasceremo guidare da te, Alessandro, e dalla tua gente alla scoperta dei luoghi, della straordinaria cultura, del passato e del futuro di questa città, fino a quel vicolo dell’Orto 28 dove è custodita la storia e la poesia di uno dei padri della lingua e della letteratura italiana. Saremo osservatori attenti e curiosi, perché tra questi vicoli è custodita la grandezza dell’Italia, così diversa e così unica. Così speciale. Da Predoi, il Comune più a nord, in Trentino Alto Adige, fino a Lampedusa, a metà tra l’Europa e l’Africa, l’Italia si racconta e si anima attraverso gli occhi, le parole e le passioni degli amministratori dei suoi borghi e delle sue città.

A nome di questi amministratori, signor Presidente della Repubblica, Le porgo il saluto. La ringraziamo per aver scelto questa assemblea e questa giornata per dimostrarci, ancora una volta, vicinanza e attenzione, che noi interpretiamo come il riconoscimento della centralità dei Comuni nel sistema politico – istituzionale e nella vita del Paese.

A Lei non abbiamo bisogno di dire molte parole perché più volte ha saputo ascoltare e comprendere le nostre di parole. E a queste ha saputo prestare attenzione e cura, tanto da saperci indicare in più di un’occasione la rotta. Una rotta che ha come coordinate il senso delle istituzioni, il rispetto dei valori e dei principi della nostra Costituzione, l’amore per i nostri territori e per le nostre comunità, i diritti dei sindaci e dei cittadini e il senso profondo e inviolabile del principio di umanità.

Per questo, a qualche ora dall’inizio delle celebrazioni della giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, qui vorrei ringraziarla per le parole da Lei pronunciate durante il discorso di inaugurazione dell’anno scolastico nella scuola elementare “Mariele Ventre” a L’Aquila. Una scuola di fortuna, ricavata in un cosiddetto modulo provvisorio, in un territorio che sta ancora cercando, tra quei vicoli e tra quelle giovani generazioni, la speranza e la fiducia per ricominciare a camminare.In quel luogo dove ancora si vive una dimensione di mezzo, tra la paura e la speranza, Lei ha parlato di scuola e di diritti come unica opportunità di futuro: “I ragazzi hanno il diritto di sperare che i loro progetti migliori potranno realizzarsi – ha detto quel giorno, spiegando che- la scuola è il terreno dove coltivare questi progetti”. Poi ancora ha ricordato ai presenti “quel ragazzino di quattordici anni, che veniva dal Mali, che aveva attraversato il deserto ed è annegato in un naufragio nel Mediterraneo. Quando ne hanno ritrovato il corpo, si è scoperto che aveva cucito, nel vestito, la sua pagella. La proteggeva come la sua carta di identità e la sua speranza”.

Questa, signor Presidente, colleghi sindaci, è la rotta che sento di condividere con voi oggi, impegnarci quotidianamente per i diritti delle bambine e dei bambini del nostro Paese, quelli che hanno la fortuna di nascerci e quelli che hanno la fortuna di arrivarci. Vivi.A tutti i bambini nel nostro Paese dobbiamo assicurare un’opportunità di futuro, un tetto di una scuola che non crolli, uno Stato che non dimentichi, una comunità che sappia accompagnarli nella loro crescita e sappia insegnare quali sono i loro diritti e i loro doveri.Per questo, quando il 16 gennaio, la delegazione dell’Anci, guidata dal sindaco di Firenze Dario Nardella, ha depositato le centomila firme per la legge di iniziativa popolare che torna a prevedere la materia di educazione alla cittadinanza nelle scuole, abbiamo gioito. Lo abbiamo fatto non per marcare un punto a favore dell’Anci ma perché stavamo segnando un punto a favore dell’Italia.Perché l’Anci non è e non sarà mai un partito. L’Anci è una comunità. L’Anci è la comunità delle comunità. L’Anci non avrà mai un colore politico. Perché all’Anci un colore non basta. Noi di colori ne abbiamo tre: il verde, il bianco e il rosso della fascia che portiamo sul petto. L’Anci non cerca la luce dei riflettori, l’Anci vuole girare quei riflettori verso le persone che la politica spesso non vede, gli invisibili, i cittadini più deboli. Perché quelli non vanno a Montecitorio o a Palazzo Chigi, quelli ce li troviamo noi, ogni giorno, negli androni dei nostri Comuni o sotto casa, a reclamare quell’attenzione, quella cura, quella protezione che spesso la politica gli nega.Illuminiamoli, questi cittadini, così che finalmente la politica li veda e pensi a migliorare la loro vita.Ma per farlo non basta proporre una legge, farla approvare, farla diventare esecutiva, bisogna anche finanziarla.Lo sanno bene, i nostri colleghi sindaci dei piccoli Comuni, che si sono battuti per veder approvare la legge che insieme abbiamo costruito.Una legge che, però purtroppo, giace lì, con pochi fondi e senza una reale capacità di azione, senza una opportunità di futuro. Così come saranno in tanti, i ragazzi, che da questi Comuni, non avendo futuro, sceglieranno di andare via, alimentando la tendenza sempre più pericolosa allo spopolamento definitivo.Colleghi, quella dei piccoli Comuni non è la battaglia solitaria dei sindaci che non si vogliono dare pace, è la battaglia del nostro Paese.

Lì, in quei Comuni, noi, lo Stato, in tutte le sue forme e articolazioni, abbiamo il dovere di restare e continuare a tenere viva la storia e la vita di quei paesi.Perché la storia e la vita di quei borghi bellissimi è la storia e la vita dell’Italia.Salvare i piccoli Comuni non significa restare ancorati al passato, difendere una Italia che non esiste più. “Più che l’anno della crescita,ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono,attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato”.Queste, non sono parole mie, sono di un poeta italiano, una poeta che si definisce un paesologo. Franco Arminio, il poeta più seguito sul web. È proprio sul web, il luogo non luogo per eccellenza, che lui racconta la forza dei paesi, dei piccoli Comuni, della vita semplice, del futuro che esiste in quei luoghi. Parole giuste per arrivare alle orecchie e ai cuori delle persone comuni. Quelle parole che noi rischiamo di smarrire nei corridoi dei palazzi della burocrazia.Nei piccoli Comuni, dove vivono circa dieci milioni di italiani, il primo dovere di un sindaco è restare e creare le condizioni per far rimanere lì gli abitanti. Il dovere di tutti noi è quello di essere accanto a quel sindaco, per combattere insieme lo spopolamento.Viaggiare, fare esperienze nuove, cambiare abitudini, sono scelte di vita importanti, spesso straordinarie, per i giovani che le compiono, è vero. Ma quando sono scelte, appunto.Quando una ragazza, un ragazzo va via dalla sua terra, senza nemmeno coltivare la speranza, un giorno, di poter ritornare, quando una ragazza, un ragazzo recide le proprie radici, abbandona i propri affetti, i luoghi, le passioni, le persone della propria adolescenza, quando lo fa perché è il contesto che lo costringe a partire, quando cambia perché è l’unica alternativa, ebbene quella non è una scelta. Quello è un trauma, per chi parte. Ed è un fallimento per tutti noi.Per questo, chiediamo al Governo di prendere un impegno serio per mettere in campo politiche reali di contrasto allo spopolamento e per restituire a questi territori il ruolo propositivo e di sviluppo che meritano. Servono risorse, investimenti per riqualificare le emergenze storico – architettoniche, per valorizzare i prodotti tipici, identitari, dell’enogastronomia. Torniamo ad accendere le luci in quei borghi, nelle case, per le strade, illuminiamo i monumenti.

Per questo vogliamo sostenere una proposta del sindaco di Sutri, Vittorio Sgarbi. Illuminiamo i piccoli Comuni a partire dai tesori custoditi in quei territori, istituiamo un fondo per l’illuminazione dei loro beni artistici: chiese, castelli, fortezze. Abbiamo pensato di chiamarlo “Luci nella storia”. Illuminiamo i monumenti ma illuminiamo anche gli uffici perché un sindaco che entra in municipio e non può contare neanche sulla presenza del segretario comunale è un sindaco che non può svolgere il mandato per il quale è stato votato.Per non parlare degli adempimenti burocratici che, ogni giorno, quel sindaco deve affrontare, sempre da solo.

Ai piccoli Comuni servono risorse, servono incentivi per favorire la gestione associata di alcuni servizi: penso alla polizia locale, al trasporto pubblico o al ciclo dei rifiuti.A quei sindaci servono gli strumenti per amministrare in maniera dignitosa le loro comunità, per dare ai ragazzi quell’opportunità di futuro di cui parlavo prima, servono le procedure per garantire scuole sicure e un servizio di trasporto pubblico che non può essere la monovolume del sindaco D’Aloisio che, a Zapponeta, la mattina prima di andare in ufficio passa a prendere gli alunni del suo paese perché il Comune è in dissesto e non può fare investimenti neanche per l’acquisto dello scuolabus.Va bene la buona volontà ma questo non ha niente a che vedere con le istituzioni che noi rappresentiamo e con i servizi che siamo chiamati a garantire.

Colleghi, Morterone, 33 abitanti, non può essere amministrato osservando le stesse leggi, le stesse regole e anche gli stessi adempimenti che hanno gli amministratori di Roma con quasi tre milioni di abitanti e uno Stato estero al proprio interno.Questa è una follia, colleghi!Per noi, la semplificazione amministrativa non è solo una questione di metodo ma di sostanza. E su questo vogliamo essere ancora una volta chiari con il Governo, come lo siamo stati in passato, sul bando periferie. Non andremo a Palazzo Chigi per raccontare qualche aneddoto ma andremo per chiedere quello che ci spetta, così come andremo in Parlamento per sostenere la nostra proposta di legge che finalmente punta a semplificare la vita di tanti sindaci e a migliorare quella dei loro concittadini.L’abbiamo chiamata “Liberiamo i sindaci” e qualche giorno fa sono cominciate le audizioni. Liberiamo i sindaci per liberare le nostre comunità. Non lo chiedo a voi che, come me, conoscete già le risposte ma lo chiedo al Governo e a tutti i parlamentari che nelle prossime settimane si accingono a discutere nel merito la nostra proposta: è normale che un Comune, che sia grande o piccolo, che possa contare su diverse migliaia di dipendenti o soltanto su tre, sia obbligato ad adempiere all’aggiornamento di oltre cento informazioni e comunicazioni, a cadenze diverse, per trasparenza, anticorruzione, spesa del personale, dati contabili, anagrafe degli incarichi, eccetera?Siamo ormai nella Repubblica dell’adempimento formale!Ora vi racconto una favola, tratta da una storia vera. C’era una volta un sindaco in difficoltà, perché aveva carenza di personale. Allora ebbe un’idea. E decise di bandire un concorso per assumere tre dipendenti in più. E scoprì che per fare questo concorso doveva attivare ben sedici procedure amministrative. E che per completare queste sedici procedure amministrative era necessario un anno e mezzo di tempo. – Chi potrà occuparsi di queste mansioni così complicate? – Si chiese il sindaco. Allora ebbe un’altra idea. – Potrei assumere tre persone che si occupino di queste sedici procedure amministrative! – Ma per assumerle doveva attivare ben sedici procedure amministrative. – Chi potrà occuparsi di queste mansioni così complicate? – Si chiese il sindaco. Allora ebbe un’idea. – Potrei assumere tre persone che si occupino di queste sedici procedure amministrative! – E così via…Favole a parte, ma dico io, è davvero indispensabile che per un concorso bandito per assumere personale, quindi per risolvere una carenza ormai cronica di organico, si debbano attivare ben 16 procedure amministrative?Volete che ve le legga? No?E io ve le leggo lo stesso, sono masochista.1. Adozione del Piano triennale dei fabbisogni del personale.2. Comunicazione dei dati sul fabbisogno di personale alla Funzione pubblica e alla Ragioneria generale dello Stato, tramite sistema informativo del Conto annuale.3. Approvazione del bilancio di previsione, del rendiconto e poi del consolidato.4. Comunicazione alla BDAP (Banca dati delle amministrazioni pubbliche) dei dati del bilancio di previsione, del rendiconto e del bilancio consolidato entro i 30 giorni successivi alla rispettiva adozione.5. Approvazione del DUP (Documento unico di programmazione) contenente la programmazione annuale del fabbisogno di personale.6. Ricognizione annuale delle eccedenze di personale e delle situazioni di soprannumero.7. Invio della certificazione attestante i risultati conseguiti ai fini del saldo tra entrate e spese finali.8. Verifica della copertura della quota di personale riservata ai disabili.9. Adozione del piano di azioni positive tendenti ad assicurare la rimozione di ostacoli che impediscono la pari opportunità di lavoro tra uomini e donne.10. Adozione del PEG. 11. Verifica dell’obbligo del contenimento della spesa di personale entro i limiti della media del triennio 2011-2013 (o della spesa sostenuta nel 2008 per i Comuni fino a 1000 abitanti).12. Effettuazione delle comunicazioni dovute dagli Enti beneficiari di spazi finanziari concessi in attuazione delle intese e dei patti di solidarietà.13. Attivazione della piattaforma per la certificazione dei crediti da parte delle pubbliche amministrazioni.14. Comunicazioni al Dipartimento della funzione pubblica per attivare la procedura della cosiddetta “mobilità obbligatoria” finalizzata alla ricollocazione del personale soprannumerario di altre amministrazioni. Arrivati a questo punto il rischio è altissimo perché il sindaco deve attendere per 45 giorni la risposta del Dipartimento della Funzione Pubblica prima di poter bandire il concorso. E udite bene! se il Dipartimento dovesse rispondere positivamente, assegnando unità di personale sovrannumerario di altra pubblica amministrazione al Comune, ti accorgi che tutto il faticoso e complesso percorso amministrativo non è servito a nulla. Come nel gioco dell’oca, ricordate??? Arrivati quasi al traguardo ti può capitare di finire nella casella della morte, la numero 58, e quindi di ritornare alla casella di partenza.15. Se, invece, dopo 45 giorni il Dipartimento non comunica nulla, il Comune può adottare la determina di indizione del concorso pubblico e pubblicarla nella sezione ‘Amministrazione Trasparente’ del sito del Comune. Quindi sembrerebbe che sia finita qui… E invece no!16. Il Comune è obbligato a pubblicare il bando in Gazzetta Ufficiale che non avviene mai prima di 30 giorni. Senza contare che il Poligrafico non accetta i bandi trasmessi con posta certificata ma richiede copie cartacee con timbri, firme in originale e due copie conformi…E se, dopo aver superato questo percorso a ostacoli, andasse tutto bene e nessuno presentasse ricorso, il sindaco avrebbe infine assunto quelle tre persone. Ma se, nel breve tempo, dovesse aver bisogno di una quarta persona, secondo voi, potrebbe attingere alla graduatoria che queste lunghissime procedure di concorso hanno generato? Nient’affatto. Perché le graduatorie non esistono più. Gli idonei non esistono più. Per legge. Quindi se anche solo uno di quei tre, che sono riuscito faticosamente ad assumere, chiedesse il trasferimento, la mobilità o si dimettesse il sindaco non avrebbe potuto sostituirlo con un idoneo. Per fortuna, siamo riusciti a far cambiare la norma almeno sul punto delle sostituzioni.Ecco, ora vi chiedo, più che normale, è giusto? È logico? È sostenibile?Io dico di no. Come non è normale, anzi è paradossale, quel che è capitato a Paolo Erba, sindaco di Malegno, in Val Camonica, che per una ritardata rendicontazione, si è visto chiedere indietro dallo Stato mille e cento euro. I mille e cento euro rivenienti dal 5 per mille che aveva adoperato per assicurare servizi ai disabili del suo paesino.Ed è così che Paolo ha fatto un’azione di resistenza passiva: ha preparatp mille e cento euro in monetine da un centesimo, quasi 200 chili di rame, e ha annunciato che avrebbe dato quei sacchi di monete allo Stato. Ha funzionato: due ministri hanno chiamato il sindaco di quel piccolo Comune, per sistemare la questione.Ha senso che lo Stato si comporti con i Comuni, da esattore inflessibile quando si tratta di prendere e da pagatore ritardatario o insolvente, quando si tratta di dare?

Io continuo a dire che tutto ciò non è logico.Non stiamo chiedendo l’attenzione del parlamento e del Governo su questioni che stanno a cuore a qualche dirigente comunale ma si tratta di consentire a noi sindaci di fare quello per cui siamo stati votati: mantenere gli impegni con i cittadini. Si tratta di metterci nelle condizioni di prenderci cura di questo Paese, di garantire efficienza e servizi e, se mi permettete, si tratta anche di risparmiare. Pensate, per tutti gli obblighi informativi e di comunicazione di atti, ogni Comune deve tenere impegnato almeno un dipendente, un istruttore amministrativo, che costa 35mila euro l’anno.Se moltiplichiamo questo costo per il numero dei Comuni, solo snellendo le comunicazioni allo Stato, risparmieremmo circa 280 milioni di euro.Noi siamo abituati a fare i conti con una coperta che è sempre troppo corta, con i fondi che non bastano mai, con gli asili che non ci sono e le giovani coppie che nella migliore delle ipotesi decidono di trasferirsi altrove o, nella peggiore, rinunciano ad avere un figlio e a metter su famiglia.Vi chiedo di aiutarmi a spiegarlo in nome e per conto dei nostri colleghi sindaci che sono ancora lì, nei Comuni colpiti dal terremoto. Sono lì a lavorare, ogni giorno, sempre in bilico tra la voglia di sbloccare una complicata procedura amministrativa, magari per mettere su una scuola di fortuna per evitare che i ragazzi del paese vadano via, e il rischio che, tra capo e collo, gli arrivi un avviso di garanzia. Alle prese con il paradosso di un decreto, lo “sblocca cantieri”, che ha avuto il merito di sbloccare tutti i cantieri italiani tranne, indovinate un po’, quelli dei piccoli Comuni terremotati: che restano, per effetto di una norma speciale, obbligati a fare appalti con centrali uniche regionali. Cioè, invece di fare una norma ad hoc che faciliti la ricostruzione di quei Comuni, abbiamo una norma ad hoc che la rallenta e la rende più complicata.Sembra un romanzo di Kafka, invece è la legge italiana.

Signori, sindaci, davanti a tutto ciò potrebbe venire da sorridere. Purtroppo, però, io non ci riesco. Non ci riesco perché ho ancora vivo il ricordo di un pomeriggio passato a Camerino, poco dopo essere stato eletto presidente di questa associazione.Il sindaco dell’epoca, Gianluca Pasqui, mi accompagnò in quella che ricorderò sempre come una delle passeggiate più tristi della mia vita, tra i vicoli deserti del suo paese, distrutto dal sisma del 2016. Ci fermammo davanti alla imponente sede della sua Università, nata nel 1336. Il sindaco mi disse che, forse, per la prima volta dopo 680 anni, quell’università avrebbe smesso di accogliere i sogni e le speranze di migliaia di studenti provenienti da tutta Italia. E si chiedeva se lui, un semplice sindaco, sarebbe stato in grado di ricostruire le case, le strade, di mettere in sicurezza quelle aule. E chiedeva a me di aiutarlo, di aiutare tanti sindaci nelle sue condizioni. Me lo chiedeva con la voce rotta e gli occhi pieni di lacrime. Ecco, io davanti a quegli occhi e a quella voce, mi sentivo impotente, ero smarrito.Ecco perché non riesco a ridere delle storture delle leggi italiane.E io sono qui a chiedere, con tutti voi, che questo paradosso dello “sblocca cantieri” venga superato subito con un emendamento. E siamo sicuri che il Governo e il parlamento ascolteranno la voce di tutti i sindaci dei Comuni colpiti dal terremoto, perché è la voce di tutti noi.Le leggi, i provvedimenti, i decreti devono smettere di attorcigliarsi a vincoli e adempimenti inutili ma devono tornare a risolvere i problemi, non devono crearne di nuovi. I decreti tornino a rimuovere ostacoli, non a fabbricarli.Tornino a occuparsi in modo concreto e utile della vita delle persone. Per fortuna, in questo senso ci giungono rassicurazioni.

Il presidente Conte, che sarà nostro ospite domani, ha già dato la disponibilità del Governo, per il prossimo 27 novembre, a incontrarci e a raccogliere le nostre istanze relative alla manovra finanziaria. Bene, ma partiamo da una premessa: gli enti locali, pur pesando solo per il 7,4 per cento sulla spesa dello Stato e per l’1,6 per cento sul debito, hanno subito più tagli di tutti negli ultimi anni: 12,5 miliardi complessivi in risorse, tra tagli e vincoli di finanza pubblica, 4,5 miliardi congelati nel Fondo Crediti Dubbia Esigibilità, oneri per tassi di interessi (risalenti a 15 anni fa) per i quali i Comuni pagano il 4,5% di interessi passivi (su 37,7 miliardi di debito complessivo con il Mef, la CDP e gli Istituti di credito) mentre oggi lo Stato emette i propri Titoli all’1 per cento. A questo si aggiunga una perdita netta della forza lavoro, per via delle limitazioni sul turn over, del 16%. In un contesto simile non potete chiedere ulteriori sacrifici ai Comuni.Purtroppo, ancora in questi giorni abbiamo ascoltato proposte che potrebbero determinare una ulteriore “stretta” sulle spese correnti. Proprio su quelle risorse, cioè, che sono necessarie ad assicurare servizi alle nostre comunità.

Lo abbiamo anche scritto in una lettera, condivisa già da oltre 60 sindaci, indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri. Da un lato, abbiamo apprezzato le importanti disposizioni normative che affrontano alcuni nodi strutturali del sistema degli enti locali:• il rifinanziamento crescente nel tempo dei contributi agli investimenti,• la stabilizzazione in un triennio del Fondo IMU/TASI,• il ripristino dei 5/12 per le anticipazioni di Tesoreria,• la semplificazione della fiscalità locale,• l’abbattimento finalmente degli oneri del debito locale,• l’avvio della riforma della riscossione locale.Dall’altro lato, però, siamo seriamente preoccupati.Non vengono rifinanziati i 564 milioni, tagliati con il decreto legge 66/2014 fino al 2018, che non abbiamo ritrovato in questa manovra e nemmeno nella precedente. Il precedente Governo ci ha detto di fare ricorso – che abbiamo fatto -, quello attuale ci dice di aspettare gli esiti del ricorso. Eppure sono soldi nostri e quindi devono ritornare nelle nostre disponibilità già dal 2019, come è giustamente accaduto per le Province e le Città metropolitane.Entrano in vigore sanzioni per il ritardo dei pagamenti con l’accantonamento nel Fondo di Garanzia Crediti Commerciali.Riprende la contrattazione collettiva che nel triennio 2019/2021 costerà 480 milioni di euro e che i Comuni finanziano in via autonoma.Se davvero, poi, si porta l’accantonamento al fondo dei crediti di dubbia esigibilità dall’85% al 95%, nel 2020, e al 100%, nel 2021, con un meccanismo di calcolo sulla media del non riscosso negli ultimi cinque anni, si rischia non solo di ridurre i servizi offerti ai cittadini ma di mandare in dissesto i Comuni.Eppure, nella maggior parte dei casi la mancata riscossione non dipende da noi. Questo il Governo lo sa bene!Parte dei Comuni ha affidato il servizio all’Agenzia delle Entrate e Riscossione, ex Equitalia, che, ovviamente, ha sempre lavorato sui grandi evasori tralasciando i piccoli importi delle tasse comunali, gli altri Comuni, che lo fanno in proprio, non hanno strumenti efficaci per farlo e le norme sulle notifiche sembrano studiate apposta per favorire i ricorsi.Pensate, per i Comuni le modalità dell’ingiunzione sono quelle disciplinate da un decreto del Regno d’Italia emanato prima della grande guerra, nel 1910!Dal 1910, anno in cui per la prima volta, in Germania, il dirigibile Zeppelin si alzò in volo per il trasporto passeggeri e il presidente del consiglio nel nostro Paese era Luigi Luzzati, da quel momento si sono succeduti 66 capi di Governo, ci sono state due guerre mondiali, dalla Monarchia siamo passati alla Repubblica, attraverso una dittatura, ma le modalità di ingiunzione sono sempre le stesse.Quindi sarebbe necessario bloccare l’aumento del Fondo Crediti di Dubbia Esigibilità in attesa che il progetto di riforma, messo in campo dal ministro Gualtieri, per rafforzare gli strumenti a nostra disposizione, mediante l’accertamento esecutivo e l’anagrafe digitale, vada avanti e arrivi a compimento, dispiegando i suoi effetti positivi sui nostri bilanci.Non ci sembra di chiedere la luna nel pozzo! Siamo ragionevoli. Lo abbiamo dimostrato. Abbiamo dovuto accettare accordi nettamente al ribasso come quello sull’Imu Tasi: gli iniziali 650 milioni, infatti, versati il primo anno, sono diventati 460 nelle stime del Mef e ne riceviamo solo 300 in manovra. Peraltro, vorremmo fossero stabili, vorremo non doverli andare a chiedere ogni anno. Anche questi, sono soldi nostri.Così come sono soldi nostri, quelli che abbiamo speso per l’amministrazione della giustizia fino al primo settembre 2015. Data in cui, finalmente, quella funzione è tornata in capo allo Stato, come è giusto che sia. Ma anche su questo ci è stata offerta una soluzione irricevibile: solo il 50% spalmato in 30 anni. E su questo, tantissimi Comuni, giustamente, stanno facendo ricorso.Sul fronte ordinamentale, insieme all’Upi, abbiamo molto apprezzato la decisione di inserire, tra i collegati alla legge di bilancio, la revisione del Testo Unico degli Enti locali e della legge 56 del 2014: a dimostrazione che ormai lo sappiamo tutti che questo tema deve essere affrontato e risolto con urgenza, al pari dell’attuazione del regionalismo differenziato.

Anzi, proprio in vista di questo processo, la Repubblica delle Autonomie deve essere consolidata e resa stabile; non ci devono essere più incertezze sia sul piano istituzionale, sia su quello finanziario, come purtroppo è accaduto in questi ultimi anni.Il “tagliando” alla legge Delrio, deve esser considerato una priorità, perché l’indeterminatezza ha prodotto solo caos, sovrapposizioni di competenze, duplicazioni di responsabilità e una riduzione della qualità dei servizi ai cittadini.Occorre definire, con chiarezza, le funzioni di ciascuna istituzione, garantire che ci siano le risorse necessarie per assicurare i servizi essenziali e dare piena attuazione ai principi sanciti dall’articolo 118 della Costituzione, valorizzando le potenzialità e il ruolo che Province e Città metropolitane hanno nello sviluppo locale. Si tratta semplicemente di garantire ai 2 milioni e 500 mila ragazze e ragazzi, che studiano nelle scuole superiori, strutture sicure, moderne, capaci di accompagnarli nella crescita e nell’apprendimento. Si tratta di assicurare strade efficienti e moderne ai milioni di cittadini che ogni giorno percorrono i 130 mila chilometri di strade e gli oltre 30 mila ponti che gestiamo noi sindaci alla guida di Province e Città metropolitane, l’80% della rete viaria nazionale.Sia chiaro. Noi non stiamo rivendicando un ruolo che non ci spetta. Noi vogliamo solo essere ascoltati. Noi non vogliamo sostituirci a chi deve prendere le decisioni.Vogliamo solo che, chi deve decidere, finalmente, decida!Perché dopo l’ascolto viene la decisione per migliorare la vita dei cittadini. Eccolo lo slogan di questa assemblea: ascoltare, decidere, migliorare. Non è solo uno slogan, è la sintesi del rapporto virtuoso tra sindaci, politici nazionali e cittadini.Ascoltare per decidere. Decidere per migliorare.I membri della Commissione Parlamentare sulle periferie, per poco più di un anno, hanno visitato le nostre città, ci hanno ascoltato, hanno lavorato per cambiare.Oggi quella commissione è stata soppressa e non conosciamo i motivi. Qualcuno pensa davvero che bastino 13 mesi di attività, 12 sopralluoghi sul campo e un centinaio di incontri, per conoscere l’Italia? Quell’Italia che oggi sta soffrendo, quell’Italia che non vede il suo futuro. Quell’Italia che oggi non si sente Italia. Perché quelle periferie, se ci va bene, sono terre di nessuno. Se ci va male sono uffici di collocamento permanente della criminalità organizzata. Bastano tredici mesi per conoscere la sofferenza, il disagio, la mancanza di lavoro, la mancanza di scuole, servizi, asili, mezzi di trasporto, la mancanza di luoghi e spazi per incontrarsi? Bastano tredici mesi per conoscere e cambiare un pezzo di Paese dimenticato da sempre?No, non bastano.Per questo chiediamo al Parlamento che, così come è stata ripristinata la dotazione di fondi che ci era stata assegnata, così venga ripristinata la commissione.Chiediamo che lo Stato scenda per strada insieme a noi.

E se c’è il rischio che, scendendo in strada, si scoprano anche inefficienze e mancanze di noi sindaci, bene, accettiamo il rischio, ci assumiamo le nostre responsabilità. Io ricordo quando sono venuti a Bari, nella mia città. Facevano domande ai cittadini per strada, cercando di toccare con mano quel disagio che noi sindaci ci affanniamo a raccontare. Ma noi non siamo come quegli scolari un po’ pavidi che sperano che la professoressa si dimentichi di interrogare. Noi non abbiamo paura, noi non temiamo il giudizio, anzi, noi vogliamo il confronto. Siamo pronti all’interrogazione, al compito in classe, all’esame di maturità, a tutto quello che volete. Ma dovete venire a giudicarci sul campo, sulle nostre strade, nei nostri quartieri. Dovete venite a guardare negli occhi, come facciamo noi ogni giorno, quei 7 milioni di uomini e donne, di bambini e bambine che vivono nelle periferie italiane. Vi accorgerete che spesso non sono solo fisicamente distanti dal centro cittadino, sono distanti dall’idea stessa di fare parte di una comunità. Sono distanti dall’idea stessa di essere cittadini.A Bari, nella mia città, nonostante tanti sforzi, i cittadini di un quartiere complicato come il San Paolo, quando devono andare in centro dicono ancora “vado a Bari”. Una formula lessicale che racconta la loro distanza, non solo fisica, dal resto della città.Questa distanza morale, civica, sociale dei cittadini delle nostre periferie non deve preoccuparci. Deve letteralmente allarmarci, cari colleghi, care colleghe. Perché se è vero, come si evince dal rapporto della Commissione che quasi l’80% degli abitanti di Reggio Calabria, quasi il 70% di Firenze, Genova, Messina, Roma, Bologna e Torino vivono in zone periferiche, allora è il caso di trasferire idealmente lì il palazzo del Comune, di rendere le periferie il vero centro nevralgico delle nostre città.

Perché nei quartieri popolari di Roma i disoccupati sono quasi al 20 per cento, contro il 9% della media cittadina e il 5% dei quartieri più ricchi.A Napoli, nel quartiere Posillipo, lavora il 40 per cento delle persone, a Scampia una persona su 5. A Posillipo, Chiaia e Vomero sono laureati più del 42 per cento dei residenti, a Scampia, san Giovanni e Miano meno del 5 per cento. Nelle periferie di Torino il tasso di disoccupazione è doppio rispetto al centro. A Venezia i giovani NEET, quelli che il lavoro neppure lo cercano, sono l’8,4%, ma se a Murano sono il 5,1%, a Marghera e Catene sono il 12,1 per cento.Questi che ho letto non sono dati forniti da noi ma sono quelli contenuti nella relazione conclusiva della Commissione di inchiesta sul degrado delle città e delle periferie. Dei venti deputati di quella Commissione, oggi ben due hanno incarichi di Governo, sono viceministri al Mef.

Spero non solo non abbiano dimenticato quello che hanno visto ma che ci aiutino a lavorare per cambiare la situazione. Come vedete, forse la condizione di precariato umano, economico, fisico e sociale è uno dei pochi elementi che unisce il nostro Paese da nord a sud, una sorta di “livella” che non guarda in faccia nessuno e che sembra segnare il destino di quei cittadini che si sentono senza futuro prima che senza patria. Su questo il Governo non può tacere, deve avere il coraggio di dire a se stesso e al Paese che le periferie sono la vera emergenza italiana.

Sì, sono un’emergenza di cui lo Stato ha il dovere di occuparsi. Perché quello di cui più si sente la mancanza tra quelle strade, è proprio la presenza dello Stato.Serve che il Fondo per la riqualificazione delle Periferie diventi un intervento strutturale e prioritario. Il bonus per la riqualificazione delle facciate va bene, ma, appunto, non vorrei che ci limitassimo alle facciate. Perché in quelle case noi vogliamo entrare, vogliamo portare a scuola i bambini e su questo permettetemi colleghi, non voglio fare polemica, ma sulle questione del bonus per gli asili nido, siamo stati chiari. A noi sindaci, la politica dei voucher non interessa, noi vogliamo aumentare il numero dei bambini negli asili nido e magari successivamente togliere o ridurre le rette a chi un posto già ce l’ha. Non è difficile da comprendere: se in un Comune asili non ce ne sono, non ci saranno i bonus e quel Comune l’asilo non l’avrà mai. Allora, quei soldi dateli ai sindaci che sono abituati a fare la programmazione, che conoscono i territori, che in tanti casi già riescono a gestire le gratuità per chi non può pagare la retta. Non vogliamo quei soldi per capriccio ma almeno ascoltateci, se non aumentiamo il numero dei posti negli asili, non riusciremo mai a offrire oggi alle persone opportunità che gli consentano di cercare un impiego, che siano essi genitori o che vogliano diventarlo.Vogliamo che lo Stato torni a rendere più facile la vita di queste persone, non a complicargliela.Uno Stato amico, fratello maggiore, che ti aiuta e ti tende una mano. Quello è lo Stato che può provare a spiegare ai suoi ragazzi e ragazze più difficili quanto sia meraviglioso il gesto di custodire sotto il proprio vestito una pagella, invece che nascondere un panetto di droga o una pistola che qualcuno ti ha messo in mano.Insomma vogliamo interventi di sostanza, non di facciata.Vogliamo poter dire a quei cittadini che le distanze dal centro non contano se hai strade sicure, piste ciclabili, mezzi pubblici efficienti ed economici che collegano casa tua con l’Università in meno di mezz’ora. Vogliamo poter dire che quella Università, se dimostri di impegnarti, e se non hai possibilità economiche, te la paga lo Stato. Perché per il Paese non sei più invisibile, il Paese ha finalmente puntato su di te i riflettori. E sei diventato una risorsa, una persona. Sei diventato il futuro del Paese.Per questo il Fondo per le periferie deve poter finanziare interventi strutturali dove ci sono ancora tante situazioni di necessità ma deve anche finanziare la possibilità di prendersi cura delle persone e delle loro vite. Rimettiamo al centro le persone e i loro diritti. Su questo servono strategie chiare e precise.Serve un’agenda politica nazionale che ponga le città al centro e che faccia delle buone pratiche urbane esempi da replicare in tutta Italia. Penso all’esperienza della Scuola dei quartieri nata a Milano, dove i cittadini sono docenti e alunni delle migliori pratiche adottate nel proprio quartiere. Penso alle Reti civiche che a Bari da poco hanno compiuto un anno organizzando oltre 300 attività di animazione che hanno coinvolto più di 10.000 persone.

Penso al programma FaciliTO che a Torino ha già favorito la creazione di 46 nuove imprese, che oggi lavorano in settori fondamentali per lo sviluppo e la crescita della stessa città come la mobilità, la qualità della vita, la salute, l’istruzione e l’inclusione sociale, con servizi e prodotti capaci allo stesso tempo di creare nuova occupazione.Penso ancora all’esperienza che sta facendo Macerata, governata da Romano Carancini, sul risparmio idrico: una iniziativa che ha portato Legambiente a indicare Macerata come la città più virtuosa d’Italia in relazione al minor spreco d’acqua. Penso alla rinascita del quartiere Danisinni a Palermo, posto difficile dove grazie a iniziative culturali, turistiche e ambientali è in corso una grande riqualificazione sociale. Un’esperienza – come ha detto il sindaco Orlando – governata dal quartiere e supportata da una grande rete che coinvolge pubblico e privato, che si pone all’avanguardia anche sul terreno della sostenibilità ambientale dimostrando come lo sviluppo o è armonico o non è sviluppo.Da nord a sud, l’Italia si racconta in tante storie belle e in alcune storie meno belle, e lo fa attraverso un’unica voce, quella dei sindaci, che nel bene e nel male, sono lì, ogni giorno, che indossano quella fascia tricolore con dignità ed orgoglio, che di quella fascia portano il peso e le responsabilità. Quella stessa fascia che a volte è un fardello troppo grande da sopportare ma che altre volte, molte volte, è capace di regalare emozioni straordinarie, uniche.Penso all’emozione che ho visto, una notte, negli occhi del sindaco Gnassi, a Rimini, durante l’ultima assemblea dell’Anci.

Al termine di un giro turistico nel centro storico della città, quando il sindaco si improvvisa un po’ cicerone e un po’ tour operator, quella sera Andrea ci ha aperto le porte del teatro Galli, da poco e con tanta fatica restaurato. Qui ci ha accompagnato su e giù per le scale, mostrandoci dal sottotetto ai resti archeologici ritrovati durante il restauro, fino a quando ci ha chiesto di accomodarci in platea. E noi, essendo un po’ abituati alle sue stravaganze, lo abbiamo assecondato. In quel momento lui è salito sul palco e, con un magistrale colpo di teatro, ha aperto il proscenio, offrendo alla nostra vista una quinta straordinaria: il Castello di Sigismondo.In quel preciso momento il sindaco di Rimini stava onorando quella fascia tricolore che lui qualche giorno dopo avrebbe indossato in occasione dell’inaugurazione del teatro.Quella fascia ti dà tante gioie, tante responsabilità, tanti doveri e ancora pochi diritti. Penso alla norma sull’incandidabilità, che non si capisce perché debba riguardare solo i sindaci che sono l’unica figura istituzionale a cui non è concesso di candidarsi al Parlamento nel corso del loro mandato.Penso alle indennità dei sindaci dei piccoli Comuni. Come sapete, abbiamo proposto di portare l’indennità minima dei sindaci almeno a 1500 euro mensili, indipendentemente dal numero degli abitanti del Comune che si governa. Su questo abbiamo presentato un emendamento qualche giorno fa.Qualcuno però ha polemizzato. Del resto siamo un Paese di poeti, santi, navigatori e polemisti, si sa. Qualcuno ha polemizzato dicendo che questa è una proposta della casta… E io voglio prendere molto sul serio questa polemica, non voglio scansarla. Anzi dico a questi opinionisti che noi siamo pronti al confronto. Siamo talmente pronti che li invitiamo ad andare a dirglielo in faccia ad Antonella Invernizzi, la sindaca del Comune più piccolo d’Italia, Morterone, 33 abitanti, che intasca la bellezza di 386 euro al mese – in realtà li intascherebbe ma ha deciso di devolverli per altro. È quella l’indennità che spetta a un sindaco che, oltre a occuparsi dell’incarico elettivo, continua – mi chiedo come potrebbe evitarlo – a svolgere anche la sua attività professionale. Se invece, si fosse messa in aspettativa, pensate, Antonella avrebbe riscosso 772 euro. Lo dicano a David Asquini, sindaco di Coseano, in provincia di Udine: lui di abitanti ne amministra di più, circa 2.100. Ma la sua indennità ammonta a 955 euro netti.E nel frattempo, con questo emolumento, sia Antonella sia David hanno firmato trattamenti sanitari obbligatori, ordinanze pericolo crolli, vidimato i registri di detenzione degli stupefacenti, gestito allerte meteo, esponendosi con la loro firma al rischio che gli venga contestato l’abuso d’ufficio. Hanno fatto i sindaci, cioè. Con tutte le responsabilità amministrative, contabili e penali che questo comporta. Anche se la comunità che si guida è poco numerosa.

Permettetemi di dirlo, non si offenderà nessuno, ma la stragrande maggioranza dei sindaci dei piccoli Comuni percepisce un’indennità minore di quella che prenderebbe se accedesse al reddito di cittadinanza. Un bel paradosso per noi sindaci che della cittadinanza saremmo i custodi!Eccoci, siamo qui, volete dire che siamo una casta?Nessun problema, lo facciamo da soli, ci autodenunciamo, «Siamo i privilegiati di questo Paese». Però nel frattempo, se ci tenete tanto ai nostri privilegi da casta, accomodatevi pure sulle nostre poltrone, venite a godere di persona del grande privilegio di ricevere un avviso di garanzia per omicidio colposo per non aver disposto in tempo la chiusura di un sottopasso che si allaga. Venite voi a godere del privilegio di vedersi recapitare un proiettile in una busta per aver denunciato la criminalità organizzata, venite a godere del privilegio di fare il sindaco in un piccolo Comune distrutto dal terremoto, o di prendere il posto di Marco Bucci, sindaco di Genova, che non ha solo un ponte da tirare, ma anche una comunità da ricostruire.Venite voi a godere del privilegio del sindaco Brugnaro in mezzo a una città sommersa dall’acqua e dalle richieste d’aiuto di cittadini, associazioni, imprenditori. Venite voi a godere del privilegio del sindaco di Taranto, che ogni giorno, anche senza averne alcuna diretta responsabilità, deve rispondere a migliaia di suoi concittadini costretti a scegliere tra la loro salute e il loro lavoro.Venite a stare con noi un giorno e vediamo se ci considererete ancora una casta.In questi giorni hanno scritto: martedì ad Arezzo l’Anci sceglie il suo leader.Non è vero. L’Anci non ha bisogno di leader. Noi i nostri leader ce li abbiamo già e sono i nostri cittadini, con i loro bisogni, il loro diritto alla felicità. Vedete, spesso sotto il leaderismo, soprattutto in politica, si celano vanagloria, prepotenza, bullismo istituzionale. Ebbene noi sindaci non possiamo permettercelo.Questa fascia tricolore non fa di te un supereroe. Anzi, in un certo senso aumenta la tua fragilità perché la sovraesposizione della tua dimensione pubblica coinvolge e sconvolge spesso, inevitabilmente, quella privata, quella dei tuoi affetti.Come quando il giornale riporta in un trafiletto la notizia dell’archiviazione di un’indagine che ti aveva coinvolto, quando magari un anno prima, quello stesso giornale ti aveva sbattuto in prima pagina, come un delinquente, all’arrivo dell’avviso di garanzia per un abuso d’ufficio.Siamo uomini e donne fragili, dunque. E umili.

Ecco io non so se è tra le doti che solitamente individuano un leader, forse no, ma direi che la nostra dote migliore è proprio l’umiltà. Umiltà che vuol dire innanzitutto consapevolezza dei propri limiti. E attenzione, ho detto umili, non ho detto stupidi. Siamo umili ma sappiamo quello che vogliamo. Siamo umili ma non ci facciamo mettere i piedi in testa da nessuno. Siamo umili ma non siamo accondiscendenti. Fate attenzione alle persone umili. Perché magari fanno meno casino, meno scenate, meno teatro, fanno meno i supereroi di cartone, ma possono cambiare il mondo.Ho voluto una sedia vuota in prima fila, oggi. Con una fascia tricolore. Su quella sedia, che per me non è vuota, c’è ancora seduto accanto a noi in questa assemblea Emanuele Crestini, sindaco di Rocca di Papa, morto il 20 giugno scorso dopo aver lottato nell’ospedale in cui era stato ricoverato a causa delle ustioni e del fumo inalato durante l’incendio del palazzo comunale. Emanuele Crestini non era un eroe, Emanuele Crestini era una persona umile, appunto. Ma straordinaria. Ha aspettato che tutti fossero usciti da quel palazzo prima di abbandonarlo come il valoroso capitano di una nave che affonda. Emanuele è morto per salvare la sua gente e quella gente deve sapere che questa assemblea, che tutti noi, che tutto il popolo italiano non dimenticherà mai Emanuele Crestini. Lui è qui, in mezzo a noi, la sua gente è qui, la sua fascia tricolore è qui, così come sono qui con noi Angelo Vassallo, Gianni Carnicella e Donato Iezzi. Morti non da eroi ma da sindaci, umili e straordinari servitori del Paese.Perché noi sindaci siamo quelli che restano, quando si spengono i riflettori della cronaca nazionale. Siamo quelli che restano quando il corteo di auto blu va via. Siamo quelli che restano quando le telecamere si voltano da un’altra parte, ma lo strallo di un ponte distrutto, sospeso nel vuoto, rimane davanti ai tuoi occhi e alla tua anima. Siamo quelli che restano quando le case crollano e i paesi si svuotano. “Noi – come scrive De Gregori – siamo quelli che restano, siamo lì, siamo quelli che restano in piedi e barcollano su tacchi che ballano. Siamo noi quei pazzi che venite a cercare”. Siamo noi sindaci, pazzi, umili, innamorati del mestiere più bello del mondo. Siamo noi, i sindaci di questa nostra meravigliosa Italia!Buona assemblea a tutti”.