Elezioni comunali. E se i sentimenti fossero politici?

di Matilde Puleo

“Lo abbiamo sentito centinaia di volte: i primi a fermarsi e ultimi a ripartire dopo la quarantena sono gli operatori culturali.  Se a ciò aggiungiamo che il 2020 ha visto un numero altissimo di persone di cultura, di intellettuali e maestri che ci ha lasciato, scomparendo senza lasciare sostituti è facile fare un bilancio veloce della situazione. Quel che è poi addirittura sfiancante è che a giustificare la mancanza di voci autorevoli vengono utilizzati i soliti luoghi comuni tipo che i tempi sono cambiati, i percorsi degli studi universitari sono superficiali o che viviamo un analfabetismo funzionale che quotidianamente fa crociate contro l’approfondimento, la capacità di problematizzare e l’impegno. Tutto vero. C’è però un’altra componente che non sempre teniamo di conto e che è la nostra ambizione, il nostro continuo appellarsi al diritto/dovere a distinguersi, per acquisire posizioni di rilievo ed emergere.

Da ciò ne deriva che ogni mattina un politico sa di avere poco tempo per l’approfondimento e dunque si appellerà proprio alle nostre più intime emozioni e alle esigenze di rivincita, alla paura o all’auto imposizione al coraggio. Soprattutto ora in tempi di elezioni. Il dibattito pubblico tra qualche ora diventerà sempre meno intellettuale e più di “pancia”, tutto preso com’è dalla logica delle emozioni. Poco prima di entrare nella cabina elettorale saremo già stati opportunamente trattati. Politici e marketer sanno cosa ci commuove, ci fa arrabbiare, o provoca risentimento e usano questo linguaggio ambiguo per orientare i nostri desideri.

D’altra parte, anche a scuola si parla da tempo di una soglia media di attenzione davvero molto bassa. Si dice che sia scesa negli ultimi anni da 12 a 8 secondi. Non solo tra i ragazzi ovviamente! Altrimenti non si spiega come mai sia così difficile sviluppare un ragionamento politico ben argomentato. Non abbiamo tempo. La concentrazione è scarsa. Non siamo pronti al tradizionale processo di analisi, sintesi e proposta e questo lo sa chi costruisce fakenews o il politico. Tempi risicati, necessità di pubblicare post a raffica, twitter e reportage nuovi ma con spazi e articoli sempre più brevi impongono di fare uso di strumenti di risveglio dell’attenzione più immediati rispetto al ragionamento. L’urgenza di trovare risposte a domande complesse impone quindi il ricorso ad un’altra forma di coinvolgimento: le emozioni.

Amazon lo sa: noi non riflettiamo, reagiamo. Scegliamo e compriamo e solo dopo diamo un significato logico a ciò che abbiamo acquistato. A questo sentire momentaneo fanno appello tutti: giornali, pubblicità e ovviamente classe politica.

Le emozioni però non sono un aspetto irrazionale del nostro essere umani. Anche i ragazzi delle medie lo sanno: le emozioni fanno parte del nostro patrimonio cognitivo e sono fondamentali per metterci in relazione con il mondo che ci circonda. Dunque sono il primo passo per l’agire politico. Quando le emozioni vengono mediate da un’elaborazione cosciente nascono i sentimenti ed è con questi che ci riconosciamo e ci muoviamo socialmente. Occorre però imporsi di fare uno sforzo cognitivo. Anzi, di un addestramento al quale, non siamo più abituati.

Per relazionarsi con la comunità c’è bisogno di immedesimazione. Empatia e disponibilità a trasferire le nostre esperienze individuali ad altri. Le paure aumentano infatti, quando mancano le condizioni per confrontarsi con l’altro o con il diverso. Anche questo sanno i nostri ragazzi. Ciò che si fa fatica a contrastare davvero a scuola è di smettere di fare ciò che viene loro imposto in tutti gli altri momenti della vita. Mi riferisco al “dovere” e all’abitudine, in un’ottica capitalista, di ragionare solo in base al proprio utile.

Quando le emozioni vengono sperimentate invece, matura anche lo spirito critico e la capacità di discernimento. Per questo un serio recupero dei sentimenti utili alla politica può essere il viatico di quel ritorno del senso di comunità che in tanti stanno cercando di realizzare.

Pensiamo ad esempio al sentimento della solitudine. Gli esperti di welfare hanno già parlato del peso sociale della solitudine, anche in termini di spesa pubblica per la salute. Noi però continuiamo a credere che questo sentimento sia solo una semplice emozione da relazionare alla nostra vita privata e da combattere con un buon calmante prima di andare a dormire. Pensiamo sia una questione individuale da risolvere in farmacia con la fretta di dover essere sempre pronti alla socialità di facciata. La solitudine invece è un sentimento politico. Ricordo infatti che Theresa May in Gran Bretagna ha istituito qualche anno fa il ministero per la Solitudine per occuparsi di circa 9 milioni di persone. Vorrà dire qualcosa?

 

John Baldessari, Person on Bed (Blue): With                                       Large Shadow (Orange) and Lamp (Green), 2004.

Courtesy of Marian Goodman Gallery, New York / London / Paris.

Un sentimento che si accorge immediatamente del falso, del selfie fintamente normale e della narrazione nazional popolare. L’interesse per il linguaggio che tutti gli intellettuali scomparsi nel 2020 mi sembra che dichiarino in ogni loro opera, ci dice invece cosa pensassero della solitudine con il linguaggio dell’arte. Dunque in maniera ricca e articolata. A me sembra cioè che gli artisti e intellettuali deceduti nel 2020 come John Baldessarri, Franca Valeri, Luis Sepulveda, Sergio Zavoli ed Ennio Morricone o quella di Terry Jones dei Monty Python e di Florian Schneider dei Kraftwerk, abbiano problematizzato il sentimento della solitudine, chiedendoci di pretendere da noi stessi e poi dal linguaggio dei nostri politici di recuperare proprio quella complessità. Ci hanno detto di parlare con il dato sentimentale, abbandonando il ricorso costante alle emozioni immediate.

Franca Valeri, il segno di Venere, 1955

I nomi del mio elenco cioè hanno sempre cercato di avvalersi del potenziale narrativo delle immagini, del sorriso della battuta sagace, del coraggio delle parole, della sperimentazione nella musica elettronica o dell’inchiesta televisiva, per riconoscere i propri sentimenti ricavandone qualcosa di collettivo nel quale ci siamo riconosciuti. Qualcosa che ha assegnato un valore a ciò che non sapevamo fosse così condiviso.”