Passioni Festival, sale l’attesa per Wu Ming ad Arezzo

“Viviamo un individualismo disperato. Serve una rivoluzione di mentalità”

 Il collettivo di scrittori concede un’intervista prima della presentazione del romanzo Proletkult, in programma domani giovedì 14 marzo alle 21 alla Casa delle Energie di via Leone Leoni. Tra la Russia degli anni Venti, astronavi aliene e l’attualità: “Siamo nel mezzo di una catastrofe ambientale, tra pochi anni raggiungeremo il punto di non ritorno”

Domani, giovedì 14 marzo, il collettivo di scrittori Wu Ming sarà ad – al Passioni Festival – per presentare l’ultima opera, il romanzo “Proletkult”. L’appuntamento è alle 21 alla Casa dell’ di via Leone Leoni, ingresso libero. Nell’attesa, gli scrittori svelano un po’ del loro romanzo, toccando temi di stretta attualità.

Come nasce l’idea di questo romanzo? Da cosa siete partiti per immaginare la ?
“Siamo partiti alla ricerca di questa storia con due coordinate ben chiare in testa. La prima, è che volevamo occuparci della rivoluzione sovietica. Tutti i nostri collettivi hanno a che fare con rivolte, assalti al cielo, insurrezioni fallite, sommosse per cambiare il mondo, utopie contraddittorie, embrioni di un’umanità nuova. Nel 2014, con L’armata dei sonnambuli, ci eravamo occupati della giacobina, e ormai nel nostro catalogo l’assenza della Russia bolscevica cominciava a farsi sentire. D’altra parte, volevamo anche avventurarci fuori dal territorio del romanzo storico che abbiamo esplorato in più di vent’anni di scrittura collettiva. Ci siamo chiesti allora quale fosse la caratteristica fondamentale di quel tipo di narrazione, per provare a sovvertirla, a rivoltarla. Tutti i nostri romanzi storici sono scritti in ossequio a una ‘radicale verosimiglianza’: anche l’invenzione risulta verosimile, al punto che i nostri lettori faticano a distinguere quali e personaggi siano documentati e quali no; inoltre, la cronologia dei grandi risulta rispettata. Fatta questa considerazione ci siamo detti: e se facessimo atterrare un’astronave aliena in Urss? Di sicuro lettori e lettrici saprebbero da subito che si tratta di finzione. Nessuno si chiederebbe dove abbiamo trovato le fonti per raccontare una scena del genere. ‘Unione sovietica ed extraterrestri’ è diventato così il nostro binomio fantastico, come lo chiamava Rodari, lo spunto creativo che ci serviva per iniziare a cercare e inventare”.

Di Nacun, il pianeta da cui proviene la protagonista, si parla come di un mondo più avanzato rispetto alla Russia degli anni ’20. Le grandi sfide a cui deve rispondere (es. decidere del destino dell’umanità) sono paragonabili a quelle del nostro mondo nei prossimi anni?
“In un certo senso sì. E forse dovremmo anche smettere di parlare di “prossimi anni”. La catastrofe ambientale che ha investito il pianeta del nostro romanzo è la stessa che oggi investe la Terra. La catastrofe non è all’orizzonte, ci siamo già dentro. I climatologi ci dicono che entro una dozzina d’anni avremo raggiunto il punto di non ritorno dell’ecocataclisma. Quindi non siamo nel territorio della fantascienza, ma del reale. E quando la faccenda si farà davvero seria, le decisioni politiche che bisognerà prendere saranno davvero gravi”.

Ci sono oggi margini per immaginare società in cui l’individualismo esasperato non sia l’unica via da battere?
“L’individualismo prima ancora che esasperato è disperato. Non c’è più un principio di speranza, ovvero una prospettiva di futuro, si vive nell’eterno presente della merce, temendo l’altro come potenziale minaccia al nostro ego miserabile. Superare l’individualismo significa superare il capitalismo, il sistema economico che sta portando il pianeta al collasso. O si recupera collettivamente la capacità di immaginare un sistema diverso e di praticarlo, oppure faremo una gran brutta fine”.

Dignità dei lavoratori, ecologia, cultura, potere. Lo sguardo su questi temi in “Proletkult” è attualissimo: c’è, in questo momento in , un’emergenza vera da affrontare dal vostro punto di vista? Se sì, quale e con quali strumenti?
“L’emergenza è sotto gli occhi di tutti. È il dissesto idrogeologico del paese. L’unica grande opera di cui l’Italia ha davvero bisogno – e che creerebbe una marea di posti di – è il risanamento territoriale, la manutenzione delle infrastrutture che cadono a pezzi, la progettazione di vie di trasporto alternative alla gomma, eccetera. Per farlo però, ancora una volta, è necessario immaginare qualcosa di diverso dal liberismo, dalla pioggia di denaro per grandi opere inutili e imposte, dalla di fondi pubblici italiani ed europei. Non sono gli strumenti che mancano, ma la mentalità”.